Le storie qui raccontate sono tratte da Porto/Lavoro Portuale di A. G. Velardita, e sono trascritte sui pannelli lungo il camminamento che porta alla Lanterna di Genova. Il pannello che parla dei “Carbuné” riporta una frase di Edmondo De Amicis (1904)

Uomini del molo
Al molo, chiassoso agglomerato di gente dedita al mare, si trovavano le costruzioni navali e tutto quello che serviva alla navigazione. In questo borgo marinaro si stabilirono maestri d’ascia, velai, fabbri-ferrai, fonditori, bottai, fabbricanti d’ancore, di remi, di pulegge, i pescatori di arselle che svolgevano pure mansioni di pulizia del porto, i disegnatori di carte per la navigazione e infine i marinai più esperti che avevano il compito di portare il soccorso, in caso di tempesta o altro, alle navi ancorate o in entrata nel porto.

I confidenti
Nella seconda metà dell’800 la nascita di numerose società di Mutuo Soccorso comportò inevitabilmente lo scontro sociale. D’altronde la spietata concorrenza tra i lavoratori veniva inasprita dai “confidenti” o “caporali”, veri intermediari di manodopera. Infatti i commercianti ed armatori preferivano trattare con un solo uomo, invece dei 50 o 100 di cui avevano necessità per una determinata operazione portuale. I confidenti pagavano circa la metà dei lavoratori, costringendoli per di più a consumare i pasti nei locali gestiti dai confidenti stessi. Era la “società dei forti” che, spalleggiata da reggenti e armatori e nell’indifferenza delle forze di polizia, spadroneggiava per il porto.

La Casetta Rossa
La costituzione della Compagnia Ramo Industriale avvenne nel 1930, ma si trattò di un accorpamento di compagnie preesistenti. In verità già alla fine dell’800 lavoratori in possesso di grandi capacità professionali si erano riuniti in gruppi che prestavano la loro opera sulle navi per riparazioni o manutenzioni. “Mae maiö ö l’è andaetö a Casetta”. Così le donne di via Madre di Dio indicavano il posto di lavoro dei portuali del Ramo Industriale. Era la “Casetta Rossa”, erano gli anni 30 e tra il porto e la città il legame era forte.


I Carenanti
Era in quel preciso momento che arrivavano i carenanti nelle loro divise verdi, salivano su zattere legate tra loro, con l’acqua che ancora sfiorava la linea di galleggiamento, e iniziavano con i loro bastoni, alla cui estremità era fissata una paletta di metallo, a raschiare le incrostazioni dai fianchi della nave. Le pompe nel frattempo avevano aspirato tutta l’acqua presente nel bacino e i carenanti ultimavano la pulizia della chiglia. Dopo aver lavato le lamiere utilizzando acqua dolce ad alta pressione, da carrelli, gradoni o sotto la chiglia, i carenanti passavano il “bicocco” sulle lamiere utilizzando rulli montati su bastoni lunghissimi. Infine una, due, a volte più mani di vernice ricoprivano la carena delle navi, sia che si trattasse di meravigliosi transatlantici che di semplici navi da crociera.

I Caravana

Il nome di Caravana dato alla Compagnia deriva dalla parola araba Carwan, che vuol dire società. Nel 1340 sorgeva questa associazione di facchini che avevano impostato la loro Compagnia e la loro vita all’operosità e alla fratellanza. I soci dovevano essere scelti tra i cittadini di Bergamo e della Val Brembana, quale premio per certi servizi resi in passato dai bergamaschi alla Repubblica genovese. Questo requisito era talmente essenziale che i Caravana mandavano la moglie incinta a partorire nella provincia bergamasca affinché il figlio avesse a suo tempo diritto a entrare a far parte della Compagnia. Il privilegio venne soppresso solo nel 1848.

Le regole dei Caravan
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Oggetto del lavoro della Compagnia dei Caravana era il facchinaggio per lo scarico e il trasporto delle merci in certe importanti zone del porto. Nel loro statuto esistevano regole ferree circa l’assistenza agli ammalati, direttive religiose e morali e l’obbligo di mutua assistenza tra i soci. I Caravana dovevano visitare il socio ammalato o ferito per causa di lavoro, curarlo e servirlo a spese della Compagnia stessa. In caso di morte il socio defunto veniva accompagnato alla sepoltura da tutti i soci, ciascuno dei quali doveva recitare 25 Pater Noster e 25 Ave Maria. La Compagnia doveva far dire 5 messe da morto e, nel caso in cui la famiglia non ne avesse avuto la possibilità, provvedere alla sepoltura.

I Carbuné
“Centinaia di scaricatori invisibili zappano il carbone entro le stive e ne colmano grandi ceste, che per mezzo di argani a vapore sono tirate sopra coperta, dove ricevitori e pesatori le mettono in spalla ai facchini, i quali vanno a scaricarle nei carri passando su ponti mobili: gli uni orizzontali, gli altri inclinati, alcuni ripidissimi, di cui la sola vista dà le vertigini. Su queste assi, strette che appena ci passa un uomo, e flessibili come lame di spade, tragittano i portatori quasi di corsa, portando dei carichi di più di 100 chili, salendo, scendendo, svoltando, sobbalzando come funamboli sulle corde tese, immagini di una danza diabolica”.
La Compagnia Portuale Pietro Chiesa, quella dei mitici “Carbuné”, fu fondata nel 1893 ed è ancora operante nel porto di Genova.