“La nostra società è molto cambiata rispetto a vent’anni fa. Oggi si parla di economia della conoscenza e da questo punto di vista la situazione del Mezzogiorno è pessima, nel senso che i livelli d’istruzione e formazione dei meridionali sono particolarmente bassi nel quadro europeo e internazionale e soprattutto - questa è la grande novità - non crescono a sufficienza”. Così Gianfranco Viesti, docente di Economia applicata all’università di Bari, oggi ai microfoni di RadioArticolo1.

 

“Il gap con l’Ue riguarda soprattutto l’università, dove gli investimenti in Italia si sono ridotti in modo rilevante. Ovviamente, questo ha una ricaduta sulle possibilità occupazionali. Non è un caso che aumenti ogni anno il trasferimento di giovani italiani all’estero, provenienti soprattutto dalle regioni del Mezzogiorno, le cui mete preferite sono Germania e Inghilterra, ma anche Svizzera e Francia. Su mezzo milione d’italiani finiti all’estero tra il 2008 e il 2016, ben 380.000 provengono dal Meridione, in particolare dalla Sicilia, la cui fuoriuscita di giovani sta assumendo le dimensioni di un vero e proprio esodo. Si tratta di neodiplomati, così come di ricercatori e laureati. Nel contempo, non diminuisce la migrazione interna dal Sud al Nord, che accresce il capitale umano delle aree di destinazione - Milano e Bologna su tutte - a discapito di quelle di partenza. A peggiorare ulteriormente le cose, c’è stato il blocco totale degli ingressi nella scuola negli ultimi anni, che ha costretto molte persone, che un tempo avrebbero trovato un impiego da noi, a dover muoversi anche loro verso l’estero”, osserva il professore.

“Per invertire il trend attuale, bisogna in primo luogo che si sviluppi il Sud, e di conseguenza l’Italia. Mentre, purtroppo, con il governo Lega-M5S la tendenza è quella di un’autonomia sempre più spiccata di regioni forti come Lombardia e Veneto: un processo che non ha niente a che fare con la nostra Costituzione. Fra i tanti aspetti in discussione c’è, soprattutto da parte della Regione Veneto, l’obiettivo di una regionalizzazione dell’istruzione, e cioè i dipendenti della scuola diventerebbero dipendenti di quella Regione. Non solo. Sempre la stessa Giunta punta a trattenere gran parte delle risorse fiscali, imitata in questo da Lombardia, Toscana, Piemonte, Umbria, Marche e perfino Puglia. Insomma, ognuno sta pensando agli affari suoi e nessuno pensa alle regole per il benessere degli italiani. Ma sottostare a un’ulteriore forte riduzione delle risorse, soprattutto nel campo dell’istruzione, non farebbe altro che peggiorare alquanto le cose, soprattutto nel Mezzogiorno“, ha sottolineato il docente.

“Nel nostro Paese abbiamo avuto l’austerity e una serie d’interventi sulla spesa che hanno penalizzato gli investimenti, costringendo tutti gli italiani a ‘tirare la cinghia’ per anni. Accanto a una riduzione complessiva, però, ce n’è stata un’altra selettiva, in prevalenza su base territoriale, che ha colpito soprattutto regioni che per incapacità di difensori dei propri interessi e per polemica politica hanno avuto la maggiore contrazione di risorse, quelle del Sud. Prendiamo gli asili nido. Anziché intervenire e finanziare quelle regioni, perlopiù meridionali, dove in media meno del 4% dei bimbi trovano un posto all’asilo nido, si è scelto di continuare ad aiutare regioni - vedi Emilia Romagna - dove gli asili nido sono di più e funzionano meglio. E così è avvenuto anche in altri campi. Io comprendo gli amici emiliani, ma ci si dimentica di capire che se non si aprono asili nido a Caserta, lì la qualità della vita peggiorerà. Con ricadute negative sulle prospettive dell’occupazione femminile locale e, più in generale, per i diritti di tutti i casertani”, rileva il professore.

“Anche i punti di mediazione e intervento sono stati diseguali sul territorio: tanti soldi, in termini di servizi, sono stati misurati attraverso le dotazioni. Ovvero, non hai il trasporto pubblico locale? Significa che non ne hai bisogno, e dunque, io Stato non ti do i soldi. Insomma, anziché livellare i servizi sulla penisola, dando di più a chi ha di meno per migliorare la qualità dell’offerta, si è fatta l’operazione inversa, accentuando così le diseguaglianze. Penso soprattutto alle università, dove c’è addirittura chi parla adesso di ufficializzare la divisione del sistema italiano in due gruppi: da una parte, le università del Sud, destinate solo alle lauree triennali e dall’altra, atenei dove si fa didattica e ricerca, quelli del Nord e qualcuno del Centro. Come dire, al peggio non c’è mai fine”, conclude Viesti.