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Quando Vittorio Foa c'insegnò per ore

È morto Vittorio Foa
Foto: da Archivio Cgil
Davide Orecchio
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Formia, fine ottobre del 2005. Nel cortile dell'abitazione di Vittorio Foa tre giornalisti raccolgono una testimonianza e, soprattutto, nutrimento

Formia, fine d’ottobre del 2005. Nel cortile dell’abitazione di Vittorio Foa raccogliamo una testimonianza che diventerà poi un video destinato a un convegno sulla Costituzione e al sito 100annicgil.it (lo vedete qui sotto spezzato in due parti), un’intervista e, soprattutto, nutrimento. Assieme a Giovanni Rispoli, che fa le domande, e a Carlo Ruggiero, che riprende, c’è il sottoscritto. Tutti e tre stiamo a metà tra l’emozione e l’affascino. E siamo pieni di rispetto. Lo vediamo, infatti, quanto si stanca a parlare Vittorio Foa, e quanta fatica gli costa ascoltarci e restituirci risposte. Sua moglie Sesa in un angolo vigila con dolcezza e severità. Non possiamo e non dobbiamo trattenerci troppo.


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E' morto Vittorio Foa

 


Eppure è lui che ha voglia di parlare. La questione al centro dell’intervista (rievocare la sua attività nell’Assemblea Costituente) non è che un innesco per un discorso politico pieno di oggi e di domani. A Vittorio Foa – che ci parla e ci incanta – del ricordo fine a sé stesso, del culto antiquario di un passato memoriale, non gliene importa niente. Invece vuole spiegarci cos’è che non funziona qui e ora: se persino nell’Italia post guerra civile del ’46 riuscivano a trovare un accordo sulle regole, perché la nostra politica non mette in scena nient’altro che odio?

E ogni questione ne incalza di nuove. Ci sono appena state le primarie del centrosinistra, dove Romano Prodi ha pescato milioni di voti. Questo entusiasma Foa, che si lancia in un’esortazione: bisogna tornare ad essere protagonisti della politica, imparare a saper prendere decisioni, a influenzare i vertici da ogni periferia e con ciascuna determinazione individuale. Qualsiasi uomo e donna – è il messaggio – ha il diritto di stare al centro della politica, di sentirla una sfera anche propria, di non viverla come una serie di scelte fatte da altri. Questo, per lui, sono state le primarie: un giorno di scelte per milioni di persone. E già guarda alle future elezioni con l’ottimismo della ragione. C’è speranza, bisogna che ci sia.

Così Vittorio Foa ha deciso di parlare: la politica (si è detto), il sindacato, Giuseppe Di Vittorio, una Cgil materna, la guerra, i giovani, la dignità del lavoro e della classe operaia, l’autodeterminazione del lavoro. E il discorso (che è voglia di vivere e ragionare) sconfigge l’età, azzittisce i due bastoni di legno che aiutano Foa rendendolo anche schiavo, riscalda le sue gambe magrissime, rafforza il torace piegato, illumina gli occhi perduti, vivifica la bocca, scuote le mani che devono aiutare la spiegazione, allerta il suo udito che deve ascoltare le nostre domande. Il discorso, la voglia di discutere, tiene Vittorio Foa con noi, che siamo testimoni del suo dono. Quasi pietrificati dal miracolo, constatiamo in quest’uomo la capacità rara di nutrire il prossimo solo con le parole, di accenderlo coi soli concetti.

Quel giorno Vittorio Foa dominò il tempo, per lui (forse) una misura della debolezza. E il tempo passò come un’inezia, invece d’essere l’enorme peso che è per tutti noi. Fu un altro miracolo.

Sono passati mesi e anni nei quali le speranze, come spesso accade, hanno lasciato spazio alla delusione. Una notte d’aprile consegnò a Prodi l’Italia per una manciata di voti. Seguì un anno e mezzo di governo comatoso. Poi è tornata la destra del Cavaliere. Sembra che individui e diritti abbiano ancora meno voce in capitolo nella politica e nella società, rispetto all’ultima volta che parlammo con Vittorio Foa. Nessuno di noi tre l’ha più incontrato di persona. Per tenercelo presente, dobbiamo accendere quel video.

Oggi dobbiamo digerire due notizie. La prima, è che Vittorio Foa è morto. La seconda, è che della speranza dobbiamo essere artefici noi stessi. Solo noi.