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L’Italia detiene un primato statistico nell’area Ocse: è l’unico Paese in cui i salari reali medi sono diminuiti negli ultimi trent’anni. Secondo le stime, i lavoratori e lavoratrici di Francia e Germania hanno visto le buste paga aumentare di oltre il 20%, in Italia il potere d’acquisto è rimasto ancorato ai livelli della metà degli anni Novanta. Perché i salari italiani sono così bassi? È il risultato di una combinazione tra debolezze strutturali e fattori congiunturali. Ecco quali.
L’inflazione e i contratti bloccati
Una delle cause principali è la pesante ondata di inflazione degli ultimi anni. L’aumento del costo della vita, trainato dall'energia e dai beni primari, ha colpito il potere d’acquisto delle famiglie. In Italia si è inceppato il meccanismo che dovrebbe adeguare gli stipendi al carovita.
I rinnovi dei contratti collettivi nazionali di lavoro soffrono molti ritardi: milioni di lavoratori si ritrovano con contratti scaduti da anni, costringendo le buste paga a rincorrere l’inflazione che ha già eroso i risparmi e il salario reale, ovvero ciò che si può effettivamente comprare col proprio stipendio.
Il crollo della produttività e i problemi delle piccole imprese
Altro fattore importante è la caduta della produttività. Da decenni il valore aggiunto prodotto per ogni ora lavorata nel nostro Paese non cresce. Secondo le stime economiche, se un sistema non genera nuova ricchezza e innovazione, diventa impossibile distribuire la stesse ricchezza sotto forma di aumenti salariali sostenibili.
Interviene poi la frammentazione del nostro tessuto produttivo, storicamente dominato da micro e piccole imprese. Le realtà di dimensioni ridotte faticano a investire in ricerca e nuove tecnologie, finendo in una competizione internazionale basata sul ribasso del costo del lavoro.
Precarietà, part-time e contratti pirata
I lavoratori e le lavoratrici soffrono di gravi distorsioni interne al mercato. Negli ultimi vent’anni si è registrata a una forte precarizzazione e un’esplosione del part-time involontario: secondo le stime un numero crescente di persone lavora meno ore di quante vorrebbe, ritrovandosi con redditi annuali insufficienti pur avendo formalmente un impiego. Insomma si è poveri anche lavorando.
Bisogna aggiungere la piaga dei contratti pirata: accordi al ribasso siglati da organizzazioni sindacali e datoriali poco rappresentative, firmati appositamente per permettere ad alcune aziende di aggirare i minimi retributivi e attuare forme di dumping salariale.
I possibili rimedi: salario minimo e rinnovi più veloci
I possibili rimedi partono dalla necessità di invertire la rotta. Sul fronte della tutela del lavoro e difesa dall’inflazione, bisogna introdurre un salario minimo legale come passo necessario per arginare il lavoro povero, imponendo una soglia di dignità retributiva sotto la quale non si può andare.
Allo stesso tempo serve una legge sulla rappresentanza sindacale: come chiesto più volte dal sindacato, è urgente stabilire regole chiare sulla rappresentanza dei lavoratori, per sconfiggere i contratti pirata e accelerare le tempistiche dei rinnovi contrattuali. Questi vanno legati maggiormente all’andamento del costo della vita per proteggere il potere d’acquisto degli uomini e donne che lavorano.























