Il ministro Valditara sogna una scuola in uniforme, registro in mano e prontuario ideologico in tasca. Appena qualcuno devia dal copione scatta il riflesso della destra pedagogica: lista, interrogazione, sospetto. Trentuno o quarantuno scuole conta poco. Conta il metodo, con il profumo stantio dell’appello e il gusto della schedatura.

La scena sfiora il grottesco. Deputati di Fratelli d’Italia che raccolgono “testimonianze” e trasformano il Parlamento in una questura della memoria. Il Giorno del ricordo, tema serio e doloroso, diventa clava identitaria, verifica di obbedienza, quiz di fedeltà nazionale. Chi ricorda senza inginocchiarsi finisce subito tra i sospetti.

Il capolavoro è la devozione selettiva alla legge. Si invoca il rispetto delle norme, poi si ignora l’autonomia scolastica. Le scuole sono luoghi di studio e discussione, non caserme ministeriali chiamate a timbrare circolari. Un invito resta tale, anche quando arriva con tono perentorio.

Qui emerge tutta la pedagogia valditariana. Spirito critico sotto osservazione, disciplina commemorativa in cattedra. La storia si restringe a catechismo patriottico. Una tragedia del Novecento diventa strumento per individuare docenti scomodi e dirigenti indipendenti. Altro che memoria condivisa, questa è memoria vigilata.

La scuola pubblica merita ben altro. Chi compila elenchi di istituti come fossero fedine penali tradisce una nostalgia ruvida, quasi disciplinare: un’aula muta, file dritte, teste chine. Il vero scandalo per Valditara è che qualcuno ancora pensi senza chiedere permesso. Ed è proprio lì che la scuola smette di essere terreno di conquista e torna a essere ciò che dovrebbe: un luogo dove l’obbedienza non basta e la memoria non si mette sull’attenti.