PHOTO
Levategli lo spritz. La Repubblica non è un aperitivo lungo e il Quirinale non è un tavolino dove si correggono i conti con una scorza d’arancia. A casa Mattarella si firma la clemenza, si maneggia la fiducia pubblica, si decide se la legge può piegarsi senza spezzarsi. La forma diventa sostanza, il rito si fa garanzia, ogni firma pesa più di un brindisi.
Da quando ha perso il referendum, Carlo Nordio coltiva un’aria da giurista offeso. Eppure la grazia concessa a Nicole Minetti è passata dalla sua scrivania con il timbro dell’urgenza umanitaria, una narrazione levigata che ora scricchiola sotto il peso delle carte. Il racconto edificante si incrina, lascia filtrare crepe, dettagli, contraddizioni che trasformano la compassione in sospetto.
Il Colle chiede verifiche sulla “supposta falsità”. Tradotto in lingua corrente: caro ministro, mi hai portato una storia vera o una patacca? E quando la domanda sale così in alto, il problema è già sceso molto in basso. E trascina con sé l’intera architettura della fiducia istituzionale, che vive di precisione, non di suggestioni.
Scatta la catena degli alibi. Uffici, procure, verbali, allegati. Ognuno con le mani impeccabili perché occupate a passare il fascicolo al vicino. Intanto resta un fatto nudo: la clemenza, atto eccezionale, è stata nutrita da elementi che oggi chiedono luce piena. E quella luce, quando arriva, raramente è indulgente.
Nordio può spiegare, annotare, distinguere. Può rifugiarsi nel perimetro delle procedure, evocare la buona fede, distribuire responsabilità in dosi omeopatiche. Ma la politica vive di responsabilità, non di note a margine. Se il Presidente della Repubblica deve interrogare il proprio ministro sulla verità di ciò che ha firmato, la misura è già colma. E lo spritz, stavolta, va lasciato sul bancone.






















