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Roma sabato ha smesso di fare da fondale e ha deciso di farsi corpo. Decine di migliaia di persone, pullman da tutta Italia, una marea compatta che ha occupato strade e nervi scoperti del Paese. Materia viva marciante, energia rara, quella che trasforma la protesta in direzione e manda in tilt i copioni di palazzo. I No Kings si sono presi la città e l’hanno sottratta, anche solo per qualche ora, al galateo un po’ stanco del comando.
Il Viminale, diligente come un portiere di notte, aveva apparecchiato controlli e perquisizioni. Caselli filtrati, sospetti distribuiti, perfino l’attenzione morbosa sull’eurodeputata Salis. La solita liturgia dell’ordine pubblico, quella che serve più a esibire autorità che a garantirla. Risposta: una piazza che cresce invece di arretrare, che si compatta, che restituisce dignità dove qualcuno cercava attrito.
Dentro quella massa c’era un messaggio che pesa più di un sondaggio. La nostra Regina, comodamente installata nel Palazzo Chigi Incantato, abituata a governare tra specchi compiacenti e domande addomesticate, qui trova aria meno profumata. Il referendum ha già lasciato un graffio, questa piazza allarga la crepa.
Il corteo ha fatto qualcosa che alla politica di corte riesce sempre meno. Ha cucito insieme pezzi sparsi senza bisogno di registi. Studenti, sindacati, movimenti, delegazioni politiche. Ha parlato di guerra senza metafore, di riarmo come affare per pochi, di un welfare che chiede spazio e risorse. Una linea di conflitto chiara, finalmente esposta senza il trucco della prudenza.
Un’Italia spaccata in due, e stavolta la frattura si vede. Da un lato il governo con la sua liturgia, dall’altro una piazza che rifiuta gerarchie e inchini. Quando le persone tornano a camminare insieme, il potere perde rigidità e diventa fragile. Perché anche i troni, a guardarli bene, hanno le rotelle.






















