In occasione del 1° maggio il governo ha presentato un decreto lavoro che con i diritti e soprattutto il salario di lavoratori e lavoratrici ha davvero poco a che vedere. Dopo poche settimane la Lega ha poi presentato un emendamento a quello che dovrebbe – appunto - essere un provvedimento a favore di chi lavora, emendamento che dichiara nulli e da cancellare dall’archivio Cnel tutti i contratti scaduti da più di 6 anni.

Davvero una bella contraddizione visto che la versione originaria di quel decreto prevedeva che ai lavoratori e lavoratrici con contratto scaduto proprio da più di 6 anni sarebbe stata riconosciuta in busta paga una percentuale dell’aumento dell’inflazione in attesa di rinnovo.

Ancora, quel decreto non parla di salario minimo legale ma di salario giusto che davvero non si capisce cosa voglia dire, mentre nel nostro Paese continuano ad aumentare i lavoratori e le lavoratrici poveri pur lavorando. Non solo, proprio a causa del mancato rinnovo dei contratti, si assiste a un impoverimento anche di quelli che un lavoro dignitoso lo avrebbero, o meglio lo avevano, perché nel giro di quei 6 anni di mancato rinnovo contrattuale hanno perso circa il 20% del potere di acquisto della propria busta paga.

La responsabilità dei mancati rinnovi di chi è? Di quelle associazioni di datori di lavoro che vogliono massimizzare i profitti, non farsi carico del rischio di impresa scaricando sui propri dipendenti inflazione e caro vita. Un esempio? Tra i contratti scaduta da ben più di 6 anni c’è quello della sanità privata e delle Rsa Aiop Aris. Ebbene la trattativa è ferma perché le due associazioni di categoria non si siedono nemmeno al tavolo se non hanno da parte di Regioni e Stato la garanzia che gli aumenti contrattuali vengano pagate dal pubblico.

“I dati non mentono – hanno dichiarato i sindacati di categoria in occasione dell’ultimo sciopero nazionale – e raccontano di un settore che attraversa un’autentica età dell’oro. Nel 2023 il fatturato complessivo ha toccato la cifra record di 12,02 miliardi di euro, segnando una crescita del 15,5% rispetto al 2019. La capacità di generare cassa del comparto è salita a 1.105,5 milioni di euro, mentre l'utile netto è raddoppiato in un solo anno, raggiungendo i 449 milioni di euro”.

E, inoltre, “le aziende dispongono oggi di una liquidità impressionante che sfiora gli 1,8 miliardi di euro. Eppure, a fronte di questo boom finanziario, si continua a negare il rinnovo a chi aspetta da 8 anni nella sanità privata e da ben 14 anni nelle Rsa. Uno stallo inaccettabile, ancor più se si considera che sono state recentemente rinnovate le tariffe sulla riabilitazione ospedaliera, con un incremento del 14%, di cui gioverà in buona parte proprio il privato accreditato, dato che il servizio è in larga misura nelle loro mani. Nonostante queste risorse aggiuntive, ad oggi non c’è ancora un tavolo aperto”.

L’altro contratto in stallo è quello dei giornalisti e giornaliste, l’ultimo rinnovo fu fatto nel 2016, gli editori non schiodano e malgrado tre giorni di sciopero riuscitissimi le richieste della Fieg sono irricevibili nonostante i contributi pubblici ottenuti.
La Fnsi non ha dubbi, l’emendamento è un danno per i lavoratori e le lavoratrici. “Verrebbe voglia di non rispondere neppure ad una tale castroneria, ma tant’è. Mentre ovviamente l'auspicio del sindacato è che il Parlamento attivi ogni azione per rafforzare la vacanza contrattuale, faccio notare che pensare di poter privare una categoria del proprio contratto e quindi del diritto di scegliersi l'organizzazione sindacale è 'leggermente' anticostituzionale". Lo afferma Alessandra Costante, segretaria generale della Fnsi.

Che aggiunge: "Capisco la voglia di qualcuno di aiutare surrettiziamente lo sviluppo di contratti che non sono neppure considerati dal Cnel, ma ricordo a tutti - prosegue Costante - che il decreto 1° maggio nasce per aiutare i lavoratori e non per danneggiarli. Non voglio neppure pensare che dietro a questa iniziativa ci sia la mano di qualche editore oppure di chi vuole azzerare le tutele della libertà di informazione. Evidentemente con il 56° posto nel ranking mondiale sulla libertà di stampa l'Italia non ha ancora toccato il fondo".

Facciamo un passo indietro e veniamo all’emendamento. La prima firma è del parlamentare leghista Virginio Caparvi, ed è stata sottoscritta dai due colleghi Arianna Lazzarini e Andrea Giaccone. “Nel caso di aziende che applicano contratti collettivi nazionali che non sono rinnovati per un periodo superiore ai 6 anni, i predetti contratti cessano ogni efficacia e vengono cancellati dall’Archivio dei contratti del Cnel”.

Ovviamente un contratto quei lavoratori e lavoratrici dovranno averlo e allora i tre leghisti prevedono che entro 90 giorni dalla cancellazione si dovrà trovare un altro contratto da applicare. Leggi uno di quelli privati concordato con sindacati “gialli”. Ottimo modo per ridurre diritti e salario.

Antonio Angelucci cominciò la sua attività lavorativa come portantino al San Camillo, grande ospedale della Capitale, oggi possiede cliniche private accreditate presso il Servizio sanitario nazionale e diversi giornali, anche a tiratura nazionale. Destinatario di risorse pubbliche è anche senatore della Lega. Il detto afferma che a pensar male si fa peccato, ma che spesso si ha ragione, non sarà che ad Angelucci datore di lavoro di operatori sanitari e giornalisti quell’emendamento farebbe davvero assai comodo?