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A Rogoredo la verità cammina piano, la propaganda invece corre in monopattino. Bastano poche ore, un post ben piazzato e la scena è già divisa tra eroi e scarti umani. Salvini si infila l’elmetto virtuale e impartisce la linea: colpevoli e innocenti decisi a colpi di slogan. La prudenza archiviata tra i reperti inutili, il dubbio trattato da sabotatore.
Il ministro tutto chiacchiere e distintivo non teme la grandine, la invoca. Poche ore dopo la morte di Abderrahim Mansouri aveva già inciso il suo editto: “Io sto con il poliziotto senza se e senza ma”. Gazebo, firme, slogan, l’ennesima crociata da campagna permanente. Il ragazzo ucciso liquidato con un’alzata di spalle morale. La complessità espulsa, la sentenza anticipata servita calda ai fedelissimi.
Poi filtrano indiscrezioni, emergono ombre, la pistola diventa una replica, i contorni si fanno meno eroici. E il Capitano scopre improvvisamente la prudenza. “Non entro nel merito di quello che non conosco”. Miracolo garantista a scoppio ritardato. Lo stesso uomo che tuonava contro le indagini automatiche ora si affida agli accertamenti. Il vento cambia, la coerenza resta a terra.
La raccolta firme pro giustiziere della notte è ancora online, oltre settemila clic congelati a testimoniare l’ardore di gennaio. Nei territori qualcuno prova perfino a legare il caso al referendum sulla magistratura, acrobazia logica degna di un circo senza rete. Indagini e riforme mescolate nel frullatore della convenienza.
Difendere le divise significa pretendere verità, non blindare versioni utili alla narrativa. Qui invece si è scelto di cavalcare il sangue, salvo scendere quando il cavallo inciampa. Senza se e senza ma, appunto. E soprattutto senza vergogna.






















