C’è una nuova categoria giuridica che avanza baldanzosa, lucidata a Palazzo Chigi e testata con ugole straripanti di odio. Il cittadino preventivamente colpevole. Non ha ancora fatto nulla, però potrebbe. Dunque si procede. Il diritto elevato a presagio, la libertà ridotta a optional stagionale, l’ordine pubblico trasformato in fede da difendere con decreto.

La manifestazione diventa scena del crimine prima ancora di esistere. Il corteo scivola in atto sospetto, il casco assurge a prova regina, il corpo viene fermato per accertare l’intenzione. Dodici ore, ventiquattro, quarantotto. Il tempo scorre, la Costituzione resta in corridoio, senza appuntamento.

Il lessico aiuta la narrazione. Terrorismo, eversione, professionisti del disordine. Le parole gonfiano i fatti, li rendono utili. La storia si riduce a gadget retorico, pronta a giustificare tutto. Anche l’idea geniale della cauzione democratica, protesti solo se sei solvibile.

Nel pacchetto sicurezza entra di tutto, dentro un carrello emotivo ben fornito. Tutele speciali, sgomberi rapidi, famiglie ricongiunte con parsimonia, fermo di prevenzione. Ma prevenire cosa, esattamente. Il dissenso. Che resta l’unico vero pericolo da neutralizzare prima che parli.

Il Paese che smette di alzare la testa ora impara anche a manifestare col freno a mano tirato. Obbediente, tracciabile, assicurato. La sicurezza diventa alibi elegante per governare la paura. E chi scende in piazza scopre di essere colpevole in anticipo, per il solo fatto di esserci.