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Il Parlamento europeo ha rinviato alla corte di giustizia dell’Unione l’esame dell’accordo commerciale tra Ue e Mercosur. Un parziale stop accolto con favore dai promotori della mozione, dai governi contrari appartenenti al blocco di minoranza, dai produttori agricoli, dai sindacati europei e latinoamericani, dalle associazioni.
Aver sospeso di fatto per almeno 18-24 mesi il voto finale su un’intesa che da anni divide istituzioni, governi, società civile e chiedere un parere giuridico sulla compatibilità dell’accordo con i trattati Ue ha fatto quindi tirare un sospeso di sollievo.
“Anche se non è detto che nell’attesa il Mercosur non venga comunque applicato – precisa Giovanni Mininni, segretario generale della Flai Cgil, la federazione dell’agroindustria da sempre contraria all’accordo di libero scambio -. La presidente della commissione europea Ursula von der Leyen che lo ha firmato, potrebbe nel frattempo decidere di procedere con l’attuazione magari adottando delle tutele, anche perché dal punto di vista dei Paesi dell’America Latina il trattato è valido a tutti gli effetti”.
Quindi il pericolo non è ancora scampato?
No, infatti. Noi speriamo che Von der Leyen lo blocchi, ma non è un automatismo.
E tra i Paesi favorevoli all’accordo troviamo l’Italia, che lo ha firmato.
Dopo aver sostenuto che non lo avrebbe fatto finché non fossero state garantite condizioni adeguate per i produttori agricoli, ha accolto positivamente le proposte della commissione: l’abbassamento della soglia dei controlli su ciò che entra, giudicato dal governo un passo in avanti, e l’anticipazione delle risorse della prossima programmazione, su cui resta da capire come verranno erogate. Questa nuova posizione dell’esecutivo Meloni ha comunque contrariato le maggiori associazioni di rappresentanza italiane, da Confagricoltura a Coldiretti.
Perché il tema centrale del Mercosur è l’agricoltura?
Perché siamo di fronte al rischio di un abbassamento della sicurezza alimentare nel nostro Paese. Con la riduzione dei dazi con una gradualità accelerata, fino ad arrivare al dazio zero, entreranno in Italia e in Europa prodotti che non sappiamo come sono stati coltivati, allevati, realizzati, trasformati. I Paesi del Mercosur non hanno gli stessi limiti e gli stessi standard di sicurezza che abbiamo noi, sono più bassi. Vengono usati pesticidi, fertilizzanti, altre sostanze chimiche che in Europa sono vietati. Così come i processi legati alla conservazione di carne e pesce prevedono regole inferiori rispetto alle nostre. Le principali preoccupazioni derivano da questi aspetti, ma c’è dell’altro.
Cosa?
In questi Paesi e in diverse zone, sebbene non in tutte, c’è il ricorso al lavoro minorile, un fenomeno segnalato anche dalle Nazioni Unite. Lì dove c’è povertà diffusa si creano le condizioni affinché bambini e ragazzi lavorino nelle campagne anziché andare a scuola, e le persone vengano sfruttate e sottopagate. Tutto questo è la negazione dei trattati internazionali firmati dalla Ue e delle barriere messe dall’Europa: non bisogna importare prodotti che vengono realizzati sfruttando il lavoro minorile.
In ogni caso, possono sempre scattare i controlli, giusto?
I controlli, che pure sono previsti dal trattato, sono risibili. L’abbassamento della soglia dall’8 al 5 per cento di prodotti che invadono il mercato, soglia utile per attivare indagini di protezione (le clausole di salvaguardia che servono a garantire interventi più rapidi, ndr) si scontra con il fatto che i controlli sono pochissimi. È una foglia di fico.
Il tanto sbandierato principio di reciprocità affermato dall’accordo, a che serve, allora?
Bisogna sfatare il mito della reciprocità. I prodotti importati dai Paesi del Mercosur dovrebbero rispettare gli stessi standard sanitari, ambientali e di produzione richiesti agli agricoltori europei. Ma lì ci sono problemi di sfruttamento e di lavoro povero e gli stessi sindacati dell’America Latina non vedono all’orizzonte passi in avanti. Anzi, ci raccontano che a causa dei redditi bassi, i prodotti italiani andranno a beneficio soprattutto della fascia più ricca ed elitaria della popolazione. E d’altra parte, se dovessero crescere le loro esportazioni, la ricchezza in più che si produrrà verrà redistribuita? Mentre per noi significa fare passi indietro dal punto di vista etico e della tutela della sicurezza alimentare.






















