Milano corre, ordina, ingoia. E mentre brinda alla sua efficienza, scopre che sotto la schiuma c’è Deliveroo e un esercito di rider spremuti. La procura parla di illegalità da fermare subito: ventimila lavoratori sfruttati in Italia, tremila qui, tra un grattacielo e una pista ciclabile. La smart city diventa laboratorio di caporalato 4.0.

Tre euro a corsa, quattro se l’app è di buonumore. Dodici ore al giorno per mille euro al mese, con una parte spedita a casa, tra Afghanistan e Pakistan. La bici è tua, il rischio pure, l’attesa gratis. L’algoritmo conta i rifiuti e infligge castighi, sospende account, traccia ogni svolta. Autonomia di facciata, subordinazione sostanziale.

Le tabelle del decreto parlano chiaro: redditi sotto la soglia di povertà, servirebbero settemila euro in più per respirare. Il controllo giudiziario arriva urgente, con un amministratore chiamato a rimettere ordine dove l’ordine era profitto. L’accusa evoca caporalato, parola antica per un padrone digitale.

E non è un fulmine isolato. Pochi mesi fa l’inchiesta su Glovo, Foodinho nel registro delle imprese, quarantamila rider e lo stesso copione di paghe indecenti. Cambia il logo, resta il modello. Milano innova, la filiera pure: dal fattorino in carne e ossa al lavoratore invisibile, sempre intercambiabile.

Il punto è politico, non gastronomico. Se il mercato digitale prospera sul bisogno, la modernità assomiglia a una piantagione con wi fi. Il controllo giudiziario è un argine, non la piena. Serve una scelta netta: diritti veri, salario degno, contratti seri. Oppure continuiamo a ordinare cibo caldo e a ingoiare freddo sfruttamento.