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Sottocoperta, dicono i ben informati. E già l’immagine merita l’applauso: la comandante Meloni invita alla tempesta e scivola nel boccaporto, lasciando in plancia colonnelli sudati e generali che litigano sulla rotta. A Palazzo Chigi circola aria da camerata dopo ispezione, scarpe in ordine e idee sparse.
Il video-cinguettio della sconfitta resta l’ultimo bollettino, segue un silenzio operoso, quello che accompagna le grandi retromarce travestite da strategia. Intanto il cantiere della legge elettorale resta aperto, negozio con la serranda a metà. Ufficialmente si lavora, in realtà si conta il traffico davanti alla vetrina.
Il Rosatellum, fino a ieri bersaglio di esercitazioni virili, torna oggetto di cure affettuose. Lo si spolvera, lo si accarezza, gli si riconosce una virtù improvvisa: impedire disastri. Il nuovo sistema, annunciato con squilli di tromba, adesso pesa una valigia piena di piombo.
Nei corridoi si parla piano, con quella lingua fatta di allusioni e dita sulle labbra. Rallentare, guadagnare tempo, osservare le mosse altrui. Intanto le inchieste bussano, il quadro internazionale scricchiola e ogni scelta assume il peso di una scommessa giocata con fiches prese in prestito.
E così il potere si esercita in levare, per sottrazione chirurgica, per vaporizzazione controllata. Sparire mentre si governa, governare mentre si sparisce. Un numero da illusionista, specchi e fumo, mani veloci e sguardi distratti. Ma il trucco regge finché il pubblico resta seduto. Quando la platea si alza, quando qualcuno accende la luce in sala, il numero finisce. E sul palco resta solo il tavolo, nudo, con i segni dei coltelli.






















