Prima venivano difesi perfino i soprammobili. Oggi saltano gli staff. La destra meloniana, che trattava ministri e collaboratori come santi imbullonati alla pala d’altare, scopre all’improvviso il gusto del licenziamento. Due funzionari del Ministero della Cultura accompagnati alla porta per il caso del documentario su Giulio Regeni rimasto senza fondi. Alessandro Giuli offre sacrifici amministrativi con la rapidità di un cuoco televisivo.

Curiosa metamorfosi. Sul caso Almasri il governo aveva costruito una muraglia tibetana attorno a Mantovano, Nordio e Piantedosi. Per Bartolozzi si preparava quasi la teca climatizzata. Ogni fedelissimo custodito come una porcellana di Capodimonte. Adesso si cambia. Il collaboratore diventa materiale riciclabile, il dirigente una cartuccia da smaltire.

Intanto Giorgia Meloni annuncia la presenza in Parlamento per il Premier Time. Evento più raro di un autobus romano in orario. La presidente che parlava ai cittadini attraverso video registrati e monologhi verticali si prepara alle domande vere. Evidentemente i sondaggi producono miracoli istituzionali.

La cultura resta sul pavimento, come sempre. Il documentario su Regeni diventa la scheggia esplosa dentro un sistema che distribuisce fondi con la grazia di un gratta e vinci. Registi, autori, produzioni escluse. Cinema ridotto a sport ministeriale dove vincono gli amici, perdono gli altri e alla fine qualcuno viene pure messo alla porta per mostrare il cartellino rosso davanti alle telecamere.

La verità però va cercata altrove. La destra sente odore di fine ciclo. Le elezioni sono alle porte e il governo, fino a ieri corazzato, comincia a gettare zavorra dal ponte. Prima il culto della fedeltà assoluta, oggi il licenziamento terapeutico. Una coalizione che si raccontava invincibile entra nella stagione più italiana di tutte. Quella dove il potere cerca colpevoli con la stessa velocità con cui perde sicurezza.