Arriva in edicola e graffia. “L’Abuso”, titola L’Espresso, e sulla copertina piazza una scena che odora di polvere e dominio: un colono in uniforme israeliana, armato, fronteggia una donna palestinese. Non metafora, non vignetta. Cronaca compressa in un istante.

Il settimanale sceglie di raccontare gli abusi nei territori occupati e lo fa con un’immagine vera, firmata Pietro Masturzo, parte di un reportage sui coloni in Cisgiordania. La stessa figura compare anche negli scatti di Hazem Bader per AFP. Doppia conferma, stessa realtà, nessun trucco di scena.

Eppure scoppia il caso. L’ambasciatore israeliano Jonathan Peled tuona su X, parla di manipolazione, di stereotipi, invoca equilibrio. La parola magica che spesso serve a diluire, a sfumare, a rendere tutto sopportabile. Come se il problema fosse la cornice e non il quadro.

Così il bersaglio slitta. Non più l’abuso, ma chi lo mostra. La fotografia diventa imputata, il giornalismo sospetto, la denuncia trasformata in offesa. Criticare uno Stato scivola rapidamente in accusa di antisemitismo, scorciatoia perfetta per chi vuole chiudere la discussione prima ancora che inizi.

Il risultato è elegante e feroce insieme: si contesta lo specchio per evitare il volto. Si pretende una realtà filtrata, educata, quasi pettinata, mentre sul terreno resta la brutalità nuda. La copertina disturba perché interrompe il galateo dell’indifferenza. Meglio allora colpire chi pubblica che interrogare ciò che accade. Così l’abuso trova la sua protezione più efficace: il fastidio per chi lo rende visibile.