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Alla fine, la montagna ha partorito un topolino. Non si può che riassumere così la vicenda del Fondo Nazionale per la Connettività, con buona pace del Governo Meloni che, con la solita enfasi da effetti speciali, prova a spacciare i 700 milioni di euro del bando di gara come nuove risorse. Peccato si tratti in realtà del recupero dei fondi non utilizzati a causa del mancato raggiungimento di target e obiettivi, oggi nuovamente messi a bando.
L’avviso di gara del Fondo Nazionale per la Connettività
Non che questo sia un fatto negativo, attenzione. Si tratta pur sempre di fondi destinati allo sviluppo infrastrutturale del Paese, ma è bene chiamare le cose con il proprio nome.
L’avviso di gara relativo al Fnc infatti, lo ricordiamo, è stato costruito in seguito all’ultima revisione del Pnrr concordata dal governo e dalla Commissione europea. Il Fondo dovrà ora finanziare interventi degli operatori anche per coprire il “buco” che si è creato con lo stralcio di circa 700mila numeri civici che, nell’ambito della gara Italia a 1 Giga, erano in carico alla società Open Fiber. Civici non raggiunti, appunto.
Un paese di zone grigie
Ma facciamo un passo indietro per capire meglio: OF si era impegnata a cablare una parte delle cosiddette “aree grigie” del Paese (quelle a parziale fallimento di mercato) entro il mese di giugno 2026, vincendo uno dei due bandi “Italia a 1 Giga” (l’altro è stato aggiudicato a Tim) finanziati dal Pnrr. Ma di 1,8 milioni di civici da collegare, alcuni sono stati dichiarati irraggiungibili, altri più costosi del previsto. Insomma, quello che già all’inizio del percorso si presentava come un fallimento annunciato, ha avuto conferma nell’ultimo periodo.
Mappatura: la ricognizione sul campo non corrisponde alle previsioni
Il problema principale risiederebbe nella non corrispondenza tra le previsioni fatte in fase di mappatura e la ricognizione effettuata sul campo in relazione agli edifici da raggiungere. Esattamente quanto la Cgil, insieme alla Slc denunciava nel 2021, quando veniva contestata l’impostazione data all’operazione dall’allora Ministro Colao che, lo ricordiamo, per decidere dove impiegare le risorse del Pnrr propose di effettuare una mappatura su tutto il territorio nazionale sulla base delle dichiarazioni degli operatori privati. Questi avrebbero dovuto indicare il numero dei civici che, al 2026, non sarebbero stati oggetto di propri investimenti in grado di garantire una velocità di connessione di 300Mbit/s in download e che, dunque, potevano andare “a bando”.
Oggi, quindi, i fondi non impiegati (per mancato raggiungimento degli obiettivi, lo ricordiamo) vengono rimessi a gara.
I termini della gara
I concorrenti (tra cui la stessa Open Fiber) potranno presentare offerta per un solo lotto, alcuni o tutti (il bando è articolato in sette lotti geografici e riguarda un perimetro complessivo di circa 1,8 milioni di indirizzi) e possono aggiungere anche civici facoltativi. Crepi l’avarizia!
A gestire la misura sarà Invitalia. Le spese ammissibili saranno coperte fino al 70% e gli interventi, come nelle tornate precedenti, dovranno garantire connettività con velocità attesa in ora di picco pari ad almeno 1 Gbit/s in download e 200 Mbit/s in upload.
Gli obiettivi: garantire copertura dove il mercato non arriva
L’intervento, si legge sul sito del Dipartimento per la Trasformazione Digitale, “si inserisce nel quadro del Pnrr, nella Missione 1 – Componente 2 – Investimento 7, e mira a sostenere la realizzazione di reti fisse ad alte prestazioni con capacità Gigabit. Il cuore dell’operazione è chiaro: stimolare gli investimenti privati nel settore delle telecomunicazioni là dove il mercato, da solo, non riesce a garantire una copertura adeguata.”
Le deadline
Le domande dovranno essere presentate attraverso la Piattaforma Invitalia Gare Telematiche – InGate. La scadenza è fissata alle ore 15.00 dell’11 maggio 2026, termine entro il quale gli operatori saranno chiamati a tradurre in proposte concrete uno dei tasselli più rilevanti della strategia nazionale per la modernizzazione digitale del Paese. Nel frattempo, l’altro effetto speciale riguarda i tempi. La deadline viene infatti spostata in avanti, prevedendo il completamento dei lavori entro il 30 giugno 2030. Meglio tardi che mai, direte voi. Noi crediamo che forse si poteva fare prima, e meglio. L’arretramento tecnologico di vaste aree del Paese lo conferma. Ma tant’è.
























