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Prima serata: il governo detta la linea con voce impostata e luci perfette. Seconda serata inoltrata: il dissenso balbetta tra un materasso in offerta e l’oroscopo del giorno dopo. Più che par condicio, una coreografia disciplinata del silenzio altrui. Il sì abita il salotto buono, il no viene parcheggiato nel retrobottega dell’audience, dove anche la realtà tende a scomparire per stanchezza.
Su Rete4 è andata in scena una pedagogia senza allievi ribelliin quel di Quarta Repubblica. Apertura emotiva, quindi mezz’ora di monologo meloniano travestito da intervista, senza l’ingombro di domande ostili. Un esercizio di levigatura narrativa degna del miglior Porro. Il contraddittorio appare per dovere notarile, giusto il tempo di dire che esiste, poi si dilegua come un refuso.
Il riequilibrio, assicurano, arriva dopo. In effetti arriva, ma in formato clandestino. All’1.45, alle 2, alle 2.40, alle 6.10. Segmenti brevi, compressi, replicati quando il Paese si divide tra sonno e sveglie anticipate. Una distribuzione chirurgica dell’irrilevanza. Così la legge è salva e l’informazione pure, almeno sulla carta.
Si potrebbe chiamare estetica del consenso. La politica che occupa lo schermo come fosse una dependance, l’opposizione che chiede udienza come un ospite indesiderato. La riforma della giustizia diventa un pretesto per una riforma più sottile, quella del racconto. Meno conflitto, più recita. Meno pluralismo, più arredamento.
Ma se il bilanciamento dei tempi si misura ignorando il tempo reale, a cosa serve davvero la par condicio? Forse a certificare che tutto è in ordine mentre tutto è già deciso. In questo schema la separazione funziona benissimo. Non tra carriere, ma tra verità e visibilità. E la seconda, come sempre, vince facile.






















