Buffon - Santanché, Bastoni, Bonucci - Bartolozzi, Gattuso, Delmastro, Gravina - Gasparri, Abodi. Ecco gli undici dell’Italia pallonara fresca di dimissioni dai prossimi mondiali trumpiani. Un undici che mescola ruoli e poteri, difesa e propaganda, fascia e ministero, come se il modulo fosse scritto nei palazzi prima ancora che negli spogliatoi.

Una formazione che sembra una distinta e invece richiama un consiglio dei ministri allargato. Il confine tra sport e palazzo si scioglie, resta un sistema che si autocelebra mentre il campo presenta il conto. Tre esclusioni diventano atto politico, fotografia di un Paese che preferisce gestire l’esistente invece di costruire futuro.

La filiera del calcio e delle istituzioni vive di cooptazione, di fedeltà, di equilibri blindati. Il merito resta parola ornamentale, utile nei convegni e irrilevante nelle scelte. I vivai arretrano, la formazione evapora, la programmazione si piega alla contingenza. Così il talento diventa eccezione, la mediocrità regola.

Intorno un racconto pubblico che assolve e anestetizza. Ogni disfatta trova una giustificazione, ogni promessa resta sospesa. Si invocano riforme senza toccare interessi consolidati, si celebra la tradizione mentre il presente si svuota. Pallone e palazzi diventano linguaggio dell’impunità, mai terreno di trasformazione.

E allora questa eliminazione pesa come una legge scritta male e pagata da tutti. Calcio e governo marciano insieme, stesso lessico, stessa allergia al ricambio, stessa devozione alle poltrone. Si amministra per restare, mai per cambiare. Ed invece una classe dirigente che si rispetti si vede dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia.