Andrea Delmastro, curriculum alla mano, è ormai un genere letterario. Sottosegretario alla Giustizia, condannato in primo grado per rivelazione di segreto d’ufficio, pistolero a Capodanno, teorico dell’“intima gioia” per detenuti senza respiro. Mancava il capitolo societario, ed eccolo impaginato con cura, tra foto, firme e una diciottenne con parentele mafiose che pesano più dei bilanci. Una coerenza narrativa impeccabile.

Colto con le mani nel piatto, della bisteccheria di cui era socio, il Nostro riscopre il classico e immortale adagio della politica nazionale: “A mia insaputa”. Una formula alchemica capace di trasformare fatti in vapori, responsabilità in coincidenze, imbarazzi in folklore. Un Paese intero tenuto insieme da questa superstizione civile.

Dimissioni? Neanche per sogno. La premier Meloni liquida la faccenda con un giudizio da manuale di ginnastica retorica: “È stato leggero”. Leggero come un refolo di vento, leggero come il rispetto delle istituzioni quando diventa opzionale. La gravità, dalle parti di Palazzo Chigi, è solo un dettaglio atmosferico.

Non solo, ci dobbiamo sorbire pure la lezioncina. Si invocano riforme, si impartiscono catechismi sulla giustizia, si distribuiscono voti di condotta ai magistrati. Dal banco del governo si recita con zelo, mentre dietro le quinte il copione resta sempre lo stesso, tra distrazioni selettive e trasparenze opache.

A questo punto la scelta alle urne oltre che civile diventa pedagogica. O si prova a mettere un argine oppure si disobbedisce al saggio Tajani: ci affacciamo tutti alla finestra, aspettiamo il primo drone sopra le nostre teste e chiudiamo la democrazia per inventario.