“L’utopia necessaria. Conoscenza e democrazia nell’era dell’intelligenza artificiale”. È ambizioso - come è giusto che sia – il tema scelto per la due giorni con cui la Flc Cgil ha scelto di celebrare i 20 anni dalla nascita della Federazione dei lavoratori della conoscenza che, nel 2006, ha visto confluire in un’unica sigla Cgil scuola e Snur, il sindacato nazionale di università e ricerca. Due giorni di riflessione e dibattito perché, come ci spiega la segretaria generale Gianna Fracassi, “in un presente distopico come quello che stiamo attraversando l’utopia è, appunto, necessaria”. L’evento si svolge il 14 e il 15 aprile presso l’aula magna del dipartimento di Studi umanistici dell’Università degli studi Roma Tre e vede la presenza tra gli altri - oltre a Gianna Fracassi e a Maurizio Landini che concluderà la prima giornata - di Tomaso Montanari, Nadia Urbinati, Donatella Della Porta e Christian Raimo.

“Non intendiamo questo compleanno come un evento celebrativo – dice Fracassi –. L'atto costitutivo della Flc, tutto ciò che ha motivato la sua costituzione, è ancora oggi di una straordinaria attualità. Il punto per noi è non soltanto fare una riflessione - che proseguirà durante l’intero corso di quest’anno – su come migliorare la nostra azione, ma ricordare che l’intuizione della confederazione di costituire una categoria che si occupasse di tutti coloro che lavorano nei settori della conoscenza sia stata un'intuizione di grande importanza, non tanto e non solo organizzativa, ma direi politica”.

In che senso?
Nel senso che l’operazione che si è realizzata è stata quella di rafforzare un settore fondamentale. 20 anni fa il dibattito generale verteva su temi di grande rilievo, come quelli della società e dell’economia della conoscenza. Ebbene, per quanto ci riguarda oggi questo perimetro rimane necessario ma non più sufficiente. Oggi si deve parlare anche dell’attacco inaudito che in questi 20 anni è stato portato ai nostri settori e chiedersi perché.

Vi siete dati qualche risposta?
Io credo che una delle ragioni sia da trovare nell'indebolimento delle democrazie rappresentative sul versante politico, ma anche dei processi democratici. Da questo punto di vista l'attacco alle strutture e ai luoghi dove si costruisce il sapere libero è coerente con l'indebolimento dei processi democratici. Questo è, appunto, uno dei due nodi sui quali vogliamo riflettere durante l’evento organizzato a Roma.

L’altro è quello della digitalizzazione sempre più spinta in atto…
Sì. La vera novità dei prossimi anni, quella che cambierà profondamente il modo di lavorare in particolare nei nostri settori – ma non solo – sarà la digitalizzazione, l'introduzione dell'intelligenza artificiale con tutto quello che si muove attorno a questo tema. Di qui la necessità di una riflessione sull'impatto che tutto questo avrà sugli apprendimenti, sulle modalità di lavoro. Ma per noi c’è un altro nodo fondamentale: quello del governo e del contenimento di uno strumento straordinario ma che presenta rischi molto forti, perché è soprattutto attraverso l'intelligenza artificiale che si costruiscono le condizioni per indebolire ulteriormente i processi democratici. In sostanza, la digitalizzazione e l’IA lanciano una sfida ulteriore.

Quale?
Quella di avere tutti gli strumenti e la capacità critica necessaria per impedire che l’intelligenza artificiale non diventi un’intelligenza sostitutiva di quella umana o, ancor di più, qualcosa che ti impedisce addirittura di comprendere la realtà, cosa che purtroppo già sta accadendo. Ovviamente le riflessioni in corso sui due temi che ti ho indicato, soprattutto per il secondo, non sono compiute, ma in itinere. Si tratta di processi che cambiano e si modificano in continuazione.

Questi 20 anni immagino siano un’occasione anche per riflettere su temi strettamente sindacali, il contratto, i bassi salari, la precarietà crescente nei settori della conoscenza…
Sì, è così. A valle di questi due decenni, oltre a confermare l'importanza della scelta, segnaliamo tutta una serie di problemi a partire da quello contrattuale, da come ha funzionato il contratto, che affronteremo in momenti specifici. Tra l'altro, siamo gli unici nella confederazione in cui la categoria coincide esattamente con il comparto contrattuale: istruzione e ricerca che, appunto, tiene dentro scuola, università, ricerca e Afam. Poi naturalmente ci sono altri nodi cruciali: la precarietà, i bassi salari e i pesanti interventi sul versante ordinamentale che mirano a indebolire le strutture di base dei luoghi della conoscenza. Da ultima, solo per citarne una, la riforma dell’istruzione tecnica. Tutto questo per dire che quello che si svolgerà a Roma il 14 e 15 aprile non sarà un momento rituale, ma l’apertura di una discussione che crediamo si debba rafforzare nel dibattito territoriale.

Perché parlate di “utopia necessaria”?
La scelta dell'utopia è una scelta tutta politica, niente affatto ingenua o velleitaria. Crediamo che sia importante immaginare un percorso per provare a orientare la propria azione. Non è un concetto estraneo a ciò che la Cgil e alcuni suoi grandi segretari hanno sempre individuato nell'azione sindacale. A noi pare importante proporre oggi un'utopia di fronte a un presente che è oggettivamente distopico, con la pandemia prima e le guerre poi.

E qual è l’obiettivo di questo percorso?
L’obiettivo deve essere non soltanto rafforzare le nostre strutture, ma garantire la missione principale del sapere, e cioè quella di rendere capaci i cittadini di partecipare, avere spirito critico ed emanciparsi. Bisogna essere consapevoli che per ottenere risultati è necessario continuare a battersi, nonostante le contraddizioni che stiamo affrontando in questa fase storica.