PHOTO
“Chi banalizza le ricadute della vertenza industriale parlando di numeri ridotti per Taranto, o vive in un altro territorio o è fuori dalla realtà”.
A un anno dalla sua nomina a segretario generale della Filcams Cgil e a poche ore dallo sciopero del 3 luglio che coinvolgerà anche i lavoratori degli appalti ex Ilva, Daniele Simon descrive il possibile impatto della crisi dello stabilimento siderurgico tarantino e mette in guardia dal rischio di sottovalutare le conseguenze sociali e occupazionali.
Per il segretario della categoria della Cgil, l’eventuale chiusura del grande impianto siderurgico non sarebbe un problema limitato ai lavoratori direttamente coinvolti, ma avrebbe effetti su un tessuto economico e sociale già fragile.
“La chiusura è un’ipotesi che teniamo in conto”
“Mettiamolo subito in chiaro: la chiusura è un’ipotesi che teniamo in conto perché da anni, perché prima di molti altri, abbiamo le condizioni di lavoro e di insicurezza in cui sono costretti ad operare le migliaia di lavoratrici e lavoratori del settore pulizie civili e industriali e mense – dice Simon – ma il problema, che rischia di travolgerci tutti, va analizzato con parole di verità e senza la banale superficialità di chi riduce la portata dell’evento a poche migliaia di perdita di posti di lavoro nell’area tarantina. Non è così e non dirlo rischia di non far affrontare il problema dal giusto verso”.
Secondo la Filcams, il possibile impatto della crisi deve essere letto considerando il sistema complessivo dell’economia locale, dove alla crisi industriale si sommano fragilità già presenti nei settori del commercio, dei servizi e degli appalti.
“Giovanni non è un numero”
A rappresentare questa situazione, Simon porta l’esempio di un lavoratore incontrato quotidianamente dalla categoria.
“Giovanni (nome di fantasia), ha 50 anni, lavora nel settore commercio con l’applicazione di un contratto pirata con scarse garanzie in caso di malattia. E’ un malato terminale per patologie oncologiche, e percepisce uno stipendio di appena 900 euro mensili – dice Simon – quando è venuto in Filcams a chiedere aiuto, nella nostra stanza è entrata, con tutta la sua drammaticità, la vertenza Taranto, fatta di più componenti, di più sciagure. Giovanni – continua il segretario della Filcams – è una persona, non un numero. E malgrado non lavori nel settore industriale è il prototipo di lavoro povero e precario, figlio del dumping contrattuale al ribasso, che noi incontriamo quotidianamente”.
Per il sindacato, quindi, i circa 3 mila lavoratori degli appalti Ilva, in gran parte residenti a Taranto, rischiano di subire gli effetti di una crisi che si innesta su una situazione già compromessa, aumentando condizioni di marginalità, povertà ed esclusione sociale.
L’effetto domino sull’economia locale
Secondo la Filcams, a raccontare la fragilità del territorio sono anche i dati sulla massa salariale nei settori manifatturiero, commercio e servizi, compresi gli appalti e il turismo, certificati dall’Inps nel rendiconto annuale.
“Taranto e la sua provincia muovono gran parte delle loro economie su questo – dice Simon – ma si tratta di lavoro spesso caratterizzato da precarietà, come testimoniano i dati sulle chiusure degli esercizi commerciali, o quelli degli appalti poveri in scadenza”.
Il segretario della Filcams richiama alcuni esempi concreti di difficoltà già presenti nel territorio. “La perdita di posto di lavoro di un operaio addetto alle pulizie industriali non arriva in un territorio in buona salute – dice – arriva su un corpo malato, in cui c’è ad esempio un’azienda della grande distribuzione che utilizza ammortizzatori sociali da circa 7 anni, in cui le saracinesche si abbassano, in cui uno dei 400 lavoratori dell’appalto del Comune di Taranto in scadenza, oltre a percepire circa 400 euro al mese non sa se vedrà rinnovato il suo contratto, o addirittura anche la grande catena che vende componentistica Apple non riesce a pagare gli stipendi dei suoi 15 dipendenti. Chi non ha salario o perde il posto di lavoro non va a fare la spesa, non prende il caffè al bar, non va al ristorante, non compra una casa o una macchina. Come si fa a minimizzare tutto questo?”.
Lavoro povero e rischio marginalità sociale
Nel ragionamento della Filcams, la crisi occupazionale si intreccia anche con una dimensione sociale più ampia.
“Nel settore di lavoro che rappresenta la Filcams parliamo spesso di lavoratori con basse specializzazioni – dice – alcuni comparti addirittura pescano nel mondo border line al limite tra legalità e illegalità. Il lavoro è un pezzo di economia legale e dignità che arriva nelle vite di queste persone è un bene da preservare anche al fine di sottrarre all’economia illegale e alle attività delinquenziali, manodopera a buon mercato”.
Per Simon, la responsabilità riguarda tutti gli attori coinvolti, comprese le imprese chiamate a garantire responsabilità nei tavoli negoziali per i rinnovi contrattuali.
“La responsabilità di tutti, comprese le imprese a cui chiediamo responsabilità anche in tutti i tavoli negoziali per i rinnovi dei contratti, è quella di vedere queste piaghe perché a rischio non sono soltanto quei posti di lavoro ma l’intera esistenza civile di una comunità”.























