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Salvatore Carnevale negli occhi della madre

Salvatore Carnevale negli occhi della madre
Franco Blandi
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La storia del sindacalista siciliano ucciso dalla mafia raccontata dalla madre, Francesca Serio. Il romanzo storico di Franco Blandi dà voce a una donna coraggiosa e tenace. Rassegna ne pubblica un estratto per gentile concessione di Navarra editore

Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto da «Francesca Serio. La madre», di Franco Blandi (Navarra editore, in libreria dal 31 maggio), il primo romanzo sulla vita della madre di Salvatore Carnevale, sindacalista siciliano barbaramente ucciso dalla mafia il 16 maggio 1955. “Mamma Carnevale” è stata la prima donna a denunciare apertamente la mafia. Franco Blandi dà voce a Francesca, che racconta la sua vita e quella del figlio, restituendone la dimensione più intima. Ma offre anche una fedele ricostruzione dei fatti, mostrando uno spaccato della storia delle lotte contadine in Sicilia contro lo strapotere padronale e mafioso. Francesca Serio è una donna tenace che sfida la società opponendosi agli stereotipi femminili del primo ‘900 e, dopo l’assassinio del figlio, denuncia i mafiosi di Sciara e lotta senza risparmio per ottenere giustizia. Negli anni ’20 Francesca, con un bimbo in fasce, decide di separarsi dal marito, si trasferisce a Sciara e sceglie il lavoro nei campi. Turiddu si avvicina agli ideali del socialismo, e si prodiga per difendere i diritti dei lavoratori. La storia di Turiddu, il suo impegno, il suo omicidio non rappresentano solo un pezzo di storia della Sicilia. Nella sua lotta per la giustizia, Francesca Serio è affiancata e incoraggiata da personalità di rilievo della storia italiana. Primo fra tutti Sandro Pertini, ma anche Pio La Torre, Pietro Nenni, Palmiro Togliatti, Ferruccio Parri.


Sciara
Venerdì 6 maggio 1955

Non c’è voluto tanto per capire come stanno le cose alla cava. Li fanno lavorare anche undici ore al giorno e sono indietro con i pagamenti da più di due mesi. Come fanno gli operai che lavorano alla cava a dare da mangiare alle loro famiglie? Mio figlio dice che se si rispettassero le otto ore lavorative, come dice la legge, ci sarebbe la possibilità di assumere anche gli altri disoccupati che aspettano. Lui ha invitato i suoi colleghi a fare solo otto ore e non di più, ma la loro paura è troppa e allora è andato a parlarne con il responsabile che comanda alla cava.

Gli ha detto: “Bada che io voglio fare otto ore, io sono qua per lavorare otto ore, chi le vuole fare le fa, chi non le vuole fare non le fa, ma per me io lavoro otto ore”.

Allora il padrone, quello che comanda la zona, ci ha accordato le otto ore. Il primo giorno mio figlio, l’indomani un altro compagno chiede le otto ore e così via via anche altri. Stamattina, però, quando è andato al lavoro, gli hanno comunicato che per punizione lui e i compagni Sabatino Paolo e Pizzo Calogero non dovranno lavorare per un giorno. Se n’è andato via gridando che questa impresa Lambertini, venuta dal nord in Sicilia, lo ha fatto per sfruttare i lavoratori. Lui pensa che la punizione gliel’hanno data per ritorsione, visto che ieri sera ha tenuto un comizio durante il quale ha denunciato il non rispetto dell’orario di lavoro e il mancato pagamento degli stipendi arretrati. C’era poca gente, ma in molti hanno sentito da dietro le finestre e qualcuno, di sicuro, avrà riferito le sue parole a chi di dovere. Tutti sanno che la cava è in mano agli uomini della principessa e ai mafiosi di Caccamo che gestiscono gli appalti della ferrovia, per questo hanno paura. Così va dal brigadiere di Sciara e gli racconta il fatto; risponde il brigadiere: “Non sono competenze mie”. “Come non sono competenze sue? E se ero io che provocavo a loro, lei mi veniva a prendere e mi arrestava, è vero?” dice mio figlio. “Lei se ne vada a lavorare”. “No, io non ci vado, perché se io vado a lavorare là succede una lite; io scrivo a Palermo e quello che mi dicono dal partito faccio”, così gli ha risposto.

Stasera mio figlio è rimasto a casa. Preparo da mangiare e lui legge i giornali. Nell’Avanti! c’è scritto che a Roma, come in Sicilia, tira una brutta aria per il sindacato. Giuseppe Di Vittorio, segretario nazionale della CGIL, ha accusato il capo dei democristiani, Amintore Fanfani, di essere l’artefice del “blocco agrario e industriale”, nato per contrastare le lotte dei lavoratori. Infatti, la politica si è mobilitata e alle elezioni sindacali della Fiat, per la prima volta, il sindacato dei cattolici, la CISL, ha superato i consensi della CGIL.

A Roma il governo Scelba e a Palermo il governo Restivo non fanno certo gli interessi degli operai e dei contadini. Al congresso nazionale socialista, che si è tenuto a Torino il mese scorso, Pietro Nenni ha lanciato, senza successo, la proposta del dialogo con i cattolici. Salvatore non è contrario a questo dialogo, ma dice che la maggior parte dei democristiani, qui da noi, non sono persone con le quali ci si può alleare, perché li troviamo sempre a fianco dei padroni e dei mafiosi. Vero è che tra i democristiani ci sono pure persone come padre Nuccio, ma quando alzano un pochino la testa e toccano gli interessi dei potenti, anche loro fanno una brutta fine. Qui con chi dovremmo accordarci, con gli uomini della principessa o con don Peppino Panzeca Mangia in fretta perché prima di andare a dormire deve finire di scrivere la lettera al sindacato. Spera che, dopo i fatti di questi giorni alla cava, interverranno i dirigenti sindacali in aiuto dei lavoratori, visto che né la ditta né i carabinieri vogliono sentire ragioni.

“Alla Fillea-Cgil di Palermo.

Il giorno 29 del mese scorso sono stato ingaggiato dall’impresa Lambertini assieme con altri cinque operai. Oggi il capo cava mi ha mandato a casa per motivo che ieri tre operai avevano smesso di lavorare con me, facendo otto ore, cosa di cui io lo avevo avvertito; e lui mi aveva risposto: ‛Come non ho impedito a te, nemmeno impedisco agli altri’ ”. Questa mattina invece, con la scusa che non glielo avevano detto, mi hanno mandato a casa. Mi sono recato dal comandante dei carabinieri di Sciara, che non è voluto intervenire dicendomi: ‘Non sono cose mie’. Vi prego di intervenire immediatamente”.

Sciara
Martedì 10 maggio 1955

La pentola è sul fuoco. Sul tavolo, una manata di piselli tardivi ancora da sbucciare. Da alcuni giorni li raccolgo in un terreno non lontano dal paese, mi pagano a giornata e qualche volta anche con il prodotto. Ne faccio un poco a minestra, con la pasta, gli altri li faccio seccare e li conservo. La mamma mi aiuta, mentre papà sistema la legna accanto al focolare. Salvatore è ancora alla cava, torna sempre che è già buio. Mi affaccio davanti alla porta per vedere se spunta. Eccolo in fondo alla strada. Mi ritiro lesta e continuo a preparare da mangiare. Entra in casa agitato.

“Che hai?” gli dico.

“Non ho niente” mi risponde.

“Hai litigato con qualcuno?” chiedo ancora.

“Io non litigo mai con nessuno, puoi stare tranquilla, perché agli avversari, questa soddisfazione non ce la do. Solo questo aspettano, di mandarmi in galera. Se mi dicono che sono cattivo o mi dicono che sono beddu, a me non interessa, io faccio finta di niente e li lascio stare in pace”.

“Lascia stare, andiamo a mangiare” gli dico mentre verso la pasta coni piselli nei piatti. Mangia lentamente e ogni tanto lo vedo battersi la testa con le mani.

“Cos’hai, a matri, lo posso sapere? Perciò, non posso sapere che cosa hai?”.

Dopo due cucchiaiate, giuste giuste di pasta, si batte di nuovo la testa.

“Bedda matri! Perciò, domani che succede qualche cosa io non posso sapere cos’hai? Per questo t’allevai, a matri? Non posso sapere che cosa hai!”.

E così mi conta il fatto: “Mentre tornavo da lavoro, ho visto un uomo che passeggiava. Quando è arrivato vicino a me, mi fece: ‘Psss, psss’ e io gli detti nessuna risposta. ‘Oh Totò – mi dice quell’uomo – ti sei fatto superbo?’ E mi dà una pacca sulla spalla. “ ‘Scusa, io, sentendo il verso che hai fatto, non so se chiamavi qualcuno nascosto nel grano, un animale o un cristiano, e magari gli fai segnali per i fatti tuoi. A me il nome Dio me l’ha dato, non mi chiamo Psss, mi chiamo con il nome che porto e anche se il mio è il più brutto nome inutile che una persona può avere, è il nome che mi ha dato Dio’. Così gli risposi. Poi quell’uomo, con tono amichevole continuò. ‘Talè, io ti voglio bene, io ti uso riguardo, perché se non ti volessi bene non mi metterei ‘nta st’inciampi. Talè, se tu ti levi da questo partito e stracci tutte le carte e non ci pensi più, tu avrai una buona somma di denaro, che mentre campi non avrai più bisogno di lavorare’. Quando ho sentito queste parole non ci ho visto più e gli ho risposto a tono: ‘Io non sono carne venduta e non sono un opportunista, sono un lavoratore. Io voglio morire povero e onesto, non mi vendo per denaro. Questo lo puoi dire ai tuoi amici che ti hanno mandato!’. E allora è diventato ancora più insistente e minaccioso: ‘Talè, io ti voglio troppo bene, perché devi fare qualche mala morte?’. ‘Allora, gli ho detto, venite tu e i tuoi amici e mi ammazzate! Però ci vai a dire a questi amici che ti hanno mandato, che quando ammazzano a me, ammazzano a Gesù Cristo! Questo solo ci devi dire!’ ”

La pasta calda, dentro al mio stomaco è diventata di colpo fredda, come il mio sangue.

“E chi era questo?’ gli dico.

“La sera della domenica, vossia lo saprà. Appena faccio il comizio, senz’altro che lo saprà chi è! Tutti lo devono sapere!”.

“Perciò – insisto – non posso sapere chi è?”.

“Ripeto che domenica farò il comizio e vossia lo saprà!”. Per tutta la notte ci ho pensato. Non è la curiosità di sapere chi lo ha minacciato, ma il pensiero di sapere che quella minaccia c’è stata. Mi giro e mi rigiro nel letto con la corona del rosario nelle mani, senza prendere sonno. Domenica è la festa di san Giuseppe, che mi aiuti pure lui.
 

[…]

 

S. Maria Capua Vetere, Sciara
Sabato 23 dicembre 1961

La sirena della nave stasera sembra diversa, ha un suono meno cupo, o forse sono le mie orecchie che la sentono più allegra. Questa condanna non mi restituisce mio figlio, ma dà a me e a lui la serenità della giustizia. Sei anni ci sono voluti, ma alla fine i mafiosi sono stati condannati all’ergastolo ed è la prima volta che succede. Il merito, oltre che degli avvocati e dei giudici, è di Turiddu Carnevale, che ha lasciato segni che nessuno può cancellare, neanche i mafiosi. Nessuno ci credeva e invece è accaduto. Certo, da sola non sarei riuscita a fare niente. Senza la mia famiglia, senza l’avvocato Taormina, senza gli avvocati del Comitato di Solidarietà Democratica, senza i compagni e gli amici di mio figlio, questo processo non sarebbe neanche cominciato.

Ma c’è un uomo che mi è stato accanto sempre, anche quando era lontano: Sandro Pertini. Dal primo giorno, senza smettere un minuto di incoraggiarmi. Ieri, quando ha ricevuto la notizia, ha voluto parlarmi al telefono e così sono andata alla sede del Partito Socialista di Napoli. Eravamo tutti e due commossi e felici. “Compagno Sandro, senza di te sarei ancora a Sciara a piangere la morte di mio figlio”, così gli ho detto.

Nino e Francesco sfogliano i giornali. I compagni di Napoli, prima di partire, un fascio ne hanno portato, insieme a tanti telegrammi arrivati da tutta Italia. Turidduzzu miu, anche da morto hai fatto rumore, anche da morto sei riuscito a fare cambiare le cose. L’Avanti! in prima pagina scrive: “Per la prima volta la legge italiana ha colpito la mafia per un delitto contro il movimento popolare, quattro ergastoli per gli assassini di Carnevale. Il nostro compagno è stato più forte: il suo sacrificio ha avuto ragione dell’antico potere mafioso e ha dato una grande vittoria ai contadini della sua Sicilia”. C’è scritto pure che Carlo Levi, lo scrittore che è venuto a trovarmi tante volte, ha aspettato tutta la notte sveglio per sapere l’esito della sentenza: “La sentenza del tribunale di S.M. Capua Vetere – ha scritto Levi – è un grande fatto di giustizia storica. Per la prima volta nella storia della Sicilia, il potere della mafia e delle forze delle quali essa è la espressione è messo fuori legge. E questo è un sintomo di un mutamento di fondo delle strutture del nostro Paese, dovuto innanzitutto al coraggio di chi ha saputo sacrificarsi e al valore del movimento popolare che è la moderna affermazione della cultura e della libertà”. Nino legge i telegrammi arrivati da ogni angolo d’Italia. Pietro Nenni, il segretario del Partito Socialista, mi ha inviato un telegramma affettuoso e le sue parole le voglio portare con me, mi accompagneranno in questo ritorno a Sciara. “Giusta sentenza Corte Assise Santa Maria Capua Vetere, non ti restituisce tuo eroico figliolo ma colpendo mafia colpisce società contro cui tuo figlio condusse sua generosa battaglia socialista pagando col sangue contributo dato alle lotte dei lavoratori STOP Ti segue nel ritorno a Sciara augurio affettuoso di tutti i socialisti – Pietro Nenni”.

La nave si muove tra le onde agitate del mare. Il vento gelido entra da sotto la porta della cabina e arriva fin sotto le coperte, ma non sento freddo. Porto con me il calore di tutti quelli che hanno voluto bene a mio figlio. Adesso sento anche il suo calore, il calore di chi ha trovato pace e dorme sereno. Mi addormento con questo scudo caldo, che mi protegge, che ricaccia via il freddo gelido di questi lunghi anni.

La nave si muove su e giù. Il cuore batte forte. Non capisco dove sono. Il dolce sonno è svanito. Davanti agli occhi, ancora una volta, l’immagine maligna. Adesso sento freddo. Mi rannicchio, piccola piccola, con la testa sotto le coperte, tra i pensieri confusi che ondeggiano come la nave.

Palermo appare all’orizzonte, con monte Pellegrino da una parte e le Madonie innevate dall’altra. Si riesce a distinguere pure monte San Calogero. Sotto quel monte c’è Sciara e proprio ai piedi di quella montagna si è svolta la vita e la morte di Turidduzzu miu. Lì ci sono le persone che lo hanno voluto bene, i terreni che ha zappato, le terre che ha occupato, le pietre che ha spaccato, i mafiosi che lo hanno ucciso. Mi sento stordita dalle troppe emozioni, concentrate, forti. Ho la testa confusa, il corpo senza forze e il cuore contento e triste allo stesso momento. Non vedo l’ora di tornare a lavorare, la fatica mi aiuterà a recuperare e a scacciare i brutti pensieri dalla testa.

Il sole è ormai scomparso dietro monte San Calogero quando la corriera si ferma in piazza. Tante persone si avvicinano, anche i più timidi e paurosi. La notizia della condanna ha dato coraggio. So che non durerà, perché non hanno arrestato e condannato tutta la mafia, ma solo alcuni di loro. La battaglia è ancora lunga e non credo che quelli rimasti fuori se ne staranno con le mani in mano. I bambini ci corrono incontro. I nipoti più grandi prendono le valigie, mentre Carmela e Calogero si affacciano davanti alla porta di casa. Mamma e papà non hanno capito tutto quel frastuono, se ne stanno seduti davanti al braciere a riscaldarsi, poi si alzano entrambi, mi guardano, come se avessero visto la Madonna. Poco dopo arrivano Sebastiano Russo, Totò Siracusa, Polizzi. Chi ride, chi piange, chi mi parla, chi mi abbraccia. Alcuni giornalisti, venuti da Palermo, mi chiedono della sentenza, vogliono le mie impressioni.

Gli dico di guardare la faccia di questi contadini, venuti a fare festa. La gioia dei loro occhi nel vedere la mafia per la prima volta sconfitta è la risposta migliore, non servono altre parole. Anche qui sono arrivati centinaia di telegrammi. Me li farò leggere tutti, voglio sapere chi ha avuto un pensiero per me e per Turidduzzu. Sulla tavola a poco a poco arriva ogni ben di Dio. Chi porta pane, chi formaggio, chi vino, chi olive, chi salame. Siamo quasi a Natale, ma stasera sembra un lunedì di Pasqua, una Pasquetta di festa per la resurrezione non del corpo di mio figlio, ma della sua anima e della sua dignità.