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Lina Fibbi, una storia partigiana

Lina Fibbi, una storia partigiana
Foto: foto: archivio storico Cgil
Ilaria Romeo
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È venuta a mancare la militante comunista, operaia e dirigente della Cgil. Partecipò al comando generale delle brigate Garibaldi, cofondatrice dei Gruppi di difesa della donna, segretaria Fiot e deputata nella quarta e nella quinta legislatura

Figlia di un calzolaio toscano, Lina è ancora una bambina quando la sua famiglia lascia Fiesole ed emigra in Francia per sottrarsi alle persecuzioni e alle violenze fasciste. Era il 1923. Operaia tessile a Lione, a 15 anni decide di iscriversi alla Federazione giovanile comunista francese, poi, a 17 anni, sarà già dirigente dell’Unione delle ragazze francesi nella regione del Rodano. All’inizio della seconda guerra mondiale viene arrestata dalla polizia francese e internata nel campo di Rieucros.

Lo stesso campo ospita Baldina Di Vittorio, che ricorderà: “Rieucros fu per me un'esperienza importante perché lì conobbi decine di militanti di varie nazionalità. In particolare ricordo Teresa Noce (Estella), Giulietta (Lina) Fibbi, Elettra Pollastrini (Miriam), Anna Maria Montagnana (moglie di Mario), le sorelle Pauline e Mathilde, rispettivamente mogli di Andre Marty e di Gabriel Perì, a lungo prestigioso e amato direttore de 'l’Humanite', in quei mesi fucilato dai nazisti a Parigi. E tante compagne tedesche, cecoslovacche, spagnole, ecc. Per alcuni mesi fu internata con noi anche Anita Contini, la compagna di mio padre. Sulla mia sorte papà si rasserenò soltanto quando seppe che vicino a me c’era Estella, una compagna che avevo sempre conosciuto e che voleva bene a tutta la nostra famiglia. In effetti, Estella che pure era nota - oltre che per le sue qualità di combattente e di dirigente del movimento operaio - per il suo carattere difficile, fu molto buona e affettuosa soprattutto con le più giovani, e con me fu particolarmente materna”.

Nel 1941 Lina Fibbi chiede alle autorità francesi di essere rimpatriata. La richiesta viene accolta, ma appena arrivata a Ventimiglia, viene arrestata dalla polizia italiana. Saranno sei mesi di carcere a Firenze, poi, in assenza di prove a suo carico, il provvedimento di due anni d’ammonizione e la sorveglianza speciale.

Con la caduta del fascismo arriva la chiamata a operare nel servizio clandestino del Pci e poi la partecipazione al Comando generale delle brigate Garibaldi. Per anni segretaria della Fiot, la Federazione degli operai tessili della Cgil, diventa deputata del Pci nella quarta e nella quinta legislatura (1963-1972).

Giovanna Barcellona, Ada Gobetti, Lina Merlin, Rina Picolato e io. Eravamo in cinque, sono l'unica rimasta - racconta ancora Fibbi, nel novembre 2003 -. Tutti vogliono sapere il giorno della fondazione dei 'Gruppi di difesa della donna e per l’Assistenza ai Combattenti della Libertà', ma io non ricordo se fu proprio il 13 novembre del 1943, non ricordo se nella casa c’era una stufa rossa, ricordo che ci siamo trovate in un appartamento di Milano, ma allora si era costretti a cambiare le case così spesso che è difficile ricordare. Quello che ricordo con certezza è che non ci incontrammo quel giorno per fondare i Gruppi, non sono cose che nascono in un giorno (il 13, il 15?) per decidere la responsabile (Rina Picolato), il nome definitivo, un documento che contenesse lo scopo e gli obiettivi di questa organizzazione. Da quel momento il nostro compito fu quello di estendere l’organizzazione in tutta l’Italia. Bisognava andare in giro, aiutare le donne, verificare i loro compiti, ma soprattutto prendere contatti con le forze cattoliche, liberali e a poco a poco divenne organizzazione in cui erano rappresentate tutte le forze politiche, ma anche di tante donne che volevano fare qualcosa per cacciare i tedeschi e i fascisti. Secondo me i Gdd hanno rappresentato una delle colonne della Resistenza, infatti anche quelle che non vi erano direttamente organizzate, in qualche modo avevano nei Gruppi un referente. Prendiamo le donne della campagna, sono indubbiamente quelle che hanno dato di più: qualche giorno fa sono andata a Siena, ho incontrato una donna che avrà avuto oltre novant’anni; ebbene, durante la Resistenza aveva nascosto nel suo granaio molti soldati. Arrivarono i tedeschi, le chiesero se nascondeva qualcuno e lei negò. Perquisirono, ma non riuscirono a trovare nessuno. Quante donne come questa contadina hanno nascosto, sfamato soldati, renitenti, partigiani! Questa grande partecipazione ha cambiato le donne, non a caso dai Gdd sono nate l’Udi, il Cif e un impegno serio nelle organizzazioni sindacali”.

Qualche mese dopo, nel 1944, nella parte del Paese già liberata dal nazifascismo, su iniziativa del Pci viene costituita l’Udi, Unione delle donne italiane. Negli stessi giorni nell’Italia occupata i grandi scioperi operai danno una forte spallata al regime che crollerà definitivamente meno di un anno dopo. Ricorderà ancora Lina Fibbi: “L’8 marzo 1945 i tedeschi erano inferociti perché erano già in ritirata. […] era la Giornata internazionale della donna. Allora chiedemmo a Longo se avesse qualche idea e lui disse: “mandiamo le donne sulle tombe dei partigiani caduti e facciamo in modo che si possano riconoscere”. Inventammo così il simbolo dell’8 marzo: la mimosa. E fu Longo a inventare la mimosa!1 La scelse perché è un fiore che si trova facilmente […]. E quel giorno, quell’8 marzo 1945, al Cimitero monumentale di Milano c’erano moltissime donne, tutte con la mimosa, e i tedeschi erano impazziti perché non potevano dire niente […] fu un episodio formidabile” (Guido Gerosa, Le compagne, Rizzoli 1979, p. 111).

1Un’altra versione dei fatti sostiene invece che fu Teresa Mattei, che sarà tra le costituenti elette nelle file del Pci nel 1946, a convincere Longo dell’uso della mimosa, mentre il leader comunista avrebbe preferito le violette, già in uso nella Francia del Fronte popolare.

Ilaria Romeo è responsabile dell'Archivio storico Cgil nazionale