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Battiamo populismo e protezionismo con i diritti del lavoro

Società senza lavoro? Il nulla interposto tra noi e il disastro
Liz Helgesen e Robert Hansen
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È arrivato il momento di rafforzare le tutele dei soggetti più deboli e di dare alle parti sociali il potere di cui hanno bisogno per poter esercitare una contrattazione efficace. La disuguaglianza è in crescita in molti Paesi

Tratto dal numero 7/2017 di Specchio Internazionale. Articolo originale pubblicato sul “Social Europe Journal”

In un mondo economicamente integrato come mai prima, il bisogno di redistribuire la crescita in modo più equo è enormemente aumentato. Il commercio internazionale ha aiutato a portare più benessere e meno povertà, ma vediamo anche che la disuguaglianza è in crescita in molti Paesi, e anche tra Paesi e regioni. Non aiuta a migliorare le cose Donald Trump, la cui soluzione per la disuguaglianza e la mancanza di lavoro è il nazionalismo e il protezionismo. Non potrebbe essere più lontano dalla verità.

La strada per andare avanti è pavimentata di scelte politiche a livello nazionale e internazionale che promuovono la redistribuzione della crescita economica, il dialogo sociale e più forti diritti dei lavoratori. Di per sé, il libero commercio non è giusto, dovendo essere adottato mediante scelte politiche giuste e sane. La crescita economica deve essere redistribuita se tutti debbono godere dei frutti del libero commercio.

Detto in parole semplici, quelle dell’economista americano Jeffrey D. Sachs, il commercio aperto è largamente positivo solo quando è combinato con politiche di bilancio brillanti e giuste. Per rafforzare e completare la redistribuzione a livello nazionale è necessario rafforzare, a livello regionale e globale, lo status giuridico dei diritti dei lavoratori. Un modo per farlo è attraverso gli accordi di libero scambio.

Le filiere globali e i diritti dei lavoratori
I diritti dei lavoratori nelle filiere globali sono finiti sotto i riflettori dopo il disastro del Rana Plaza, dove sono morti più di 1.100 lavoratori in una fabbrica di abbigliamento in Bangladesh. Il rischio del collasso dell’edificio era noto, ma nessuno si era preso la responsabilità di intervenire. 
Ma il Rana Plaza non è un caso isolato. Secondo un report dell’Ilo, il 48% dei lavoratori che fanno palloni da football in Cina e in Thailandia lavorano più di 60 ore la settimana, il 25% lavora sette giorni a settimana, mentre le donne guadagnano sistematicamente meno degli uomini.

L’elenco dei diritti deboli o inesistenti dei lavoratori a livello globale è lungo.
 L’accordo tra Usa, Messico e Canada (Nafta) del 1994 è stato uno dei primi a includere un testo sui diritti dei lavoratori. Dopo il ’94 sono stati numerosi gli accordi all’insegna della cosiddetta sostenibilità, normalmente comprendenti paragrafi relativi alla dichiarazione dell’Ilo sui principi e i diritti fondamentali del lavoro e alle sue convenzioni fondamentali. Potrebbe sembrare un progresso, ma cosa ha portato in realtà? L’accordo sul libero scambio del 2004 tra Usa e diversi Paesi dell'America centrale e meridionale (Cafta) è un triste esempio della mancata inclusione dei diritti dei lavoratori.

In particolare nel Guatemala, la situazione per i membri e gli attivisti del sindacato è preoccupante. Da quando è stato firmato l'accordo fino a oggi, il numero dei sindacalisti uccisi ha raggiunto il numero di 83. Una tragedia che non ha impedito all’autorità giudiziaria di quel Paese di sostenere, nel luglio 2017, che quell’ondata di omicidi non aveva comunque recato alcun danno all’accordo per il libero commercio tra Usa e Guatemala. Come dire: i diritti dei lavoratori non hanno rilevanza alcuna fintantoché non entrano in rotta di collisione con il Cafta.

La verità è che ai diritti dei lavoratori deve essere dato un più forte status giuridico negli accordi internazionali di libero scambio. Questi dovrebbero includere paragrafi applicabili per legge coerenti con le convenzioni fondamentali e la dichiarazione sui principi e i diritti fondamentali del lavoro dell’Ilo. Se un Paese non rispetta i principi dell’accordo dovrebbe vedersi ridurre l’accesso alle merci e ai servizi che l'accordo stesso contempla. Teoricamente, questa sanzione dovrebbe essere coordinata in modo multilaterale, per esempio attraverso il Wto o l’Ilo, ma fino a quando ciò non sarà possibile bisognerà utilizzare altri mezzi per applicare i diritti dei lavoratori a livello globale.

Le convenzioni dell’Ilo, prevedendo il diritto all’organizzazione e alla contrattazione collettiva, possono svolgere un ruolo importante nella redistribuzione della crescita. In un mercato del lavoro in cui gli attori sociali sono forti, la disuguaglianza può essere ridotta. Più deboli sono le parti sociali, più debole è la redistribuzione della crescita.

Non c'è tempo da perdere
Negli Usa in molti hanno perso il lavoro e il reddito a causa della delocalizzazione in Paesi low-wage e per l’aumentata concorrenza internazionale. Ciò è avvenuto in un periodo di crescita economica balzata alle stelle. L’elezione di Trump a presidente degli Usa è stato un segnale molto chiaro che la gente sente gli effetti negativi della globalizzazione. Le loro frustrazioni sono comprensibili, ma la soluzione Trump è semplicemente spaventosa (e non solo quando parla di nazionalismo e protezionismo).

Si sentono politici in Europa dire esattamente le stesse cose. Il prezzo che rischiamo di pagare per non avere assicurato maggiore uguaglianza economica sarà il ritorno al nazionalismo e ai conflitti. In Europa sappiamo bene cosa questo significhi. Tutti rischiano di perdere molto, perché qualcuno pensa che la crescita economica sia meglio lasciarla a pochi. Anche per questo è arrivato il momento di rafforzare i diritti dei lavoratori e di dare alle parti sociali il potere di cui hanno bisogno per poter esercitare una contrattazione efficace.

Liz Helgesen è segretaria generale dell’Unio, sindacato internazionale dei professionisti; Robert Hansen è segretario confederale del Lo, confederazione norvegese dei sindacati

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