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Il docente scrive al sindaco. «Ci siamo fermati perché la scuola resti di tutti»

Scuola, il grande inganno
Foto: Scuola in piazza, foto di Marco Merlini
Emanuele Rossi, docente
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Lettera aperta a Nardella dopo lo sciopero del 5. "Può essere di tutti la scuola nei confronti della quale lo Stato non potrà più garantire il fabbisogno necessario? Difendiamo i valori di solidarietà, coesione sociale, cittadinanza" DI E.ROSSI

Caro Sindaco Nardella,

Il giorno in cui più dell'80% dei lavoratori della scuola ha incrociato le braccia Lei, Sindaco di Firenze Nardella, non ha saputo esprimere di meglio che questi concetti: “la scuola è di tutti, non solo di chi sciopera” e “questo sciopero è un atto politico”.

Abbiamo troppo rispetto nei Suoi confronti per non concederLe di essere incappato in una leggerezza, forse non avendo Lei avuto contezza delle dimensioni storiche della protesta; vogliamo però prendere sul serio le Sue parole e dedicare loro l'attenzione che meritano.

La scuola è di tutti, diceva. Riflettiamoci: può essere di tutti la scuola nei confronti della quale si dice che lo Stato non potrà più garantire il fabbisogno necessario? Può essere di tutti la scuola in cui, invece che l'autonomia garantita dalla Costituzione, si vuole introdurre la discrezionalità nella scelta dei docenti e quindi inevitabilmente sottoporli al rischio di condizionamento? In cui l'autonomia finanziaria degli istituti risiederà nell'estratto conto delle famiglie degli alunni e nella loro disponibilità a foraggiarli, in cui il Dirigente dovrà assomigliare sempre più a un amministratore delegato sul modello delle scuole americane e quindi la scuola andare verso un modello di tipo privatistico? Può essere di tutti la scuola nella quale i lavoratori che svolgono i medesimi ruoli sono suddivisi tra stabilizzati e precari, precari di serie A, B e C, precari destinati al licenziamento? Può infine essere veramente di tutti un sistema scolastico che non intende generalizzare la scuola dell'Infanzia, bensì esternalizzare il servizio al privato sociale?

Coloro che il 5 maggio hanno incrociato le braccia – compiendo il sacrificio più grande che un lavoratore possa compiere – lo hanno fatto proprio perché la scuola italiana non smetta di essere di tutti e continui a restare fedele all'impegno che la Costituzione le attribuisce: essere partecipata, democratica, cooperativa, solidale, di tutti e di ciascuno, degli insegnanti e dei ragazzi, dei Dirigenti e delle famiglie, dei più bravi e dei meno bravi...

Quindi per noi tutto va bene, non ci sono cose da cambiare e siamo davvero i paladini dell'immobilismo, come il Sindaco ha sostenuto? Ebbene: siamo pronti ad un confronto pubblico e trasparente sui nostri progetti di riforma e sui cambiamenti da introdurre affinché la scuola sia messa nelle condizioni migliori per affrontare tutte le sfide educative. Se Lei avrà la pazienza e l'onestà intellettuale di ascoltare le nostre proposte, potrà riscontrare che la nostra idea di scuola è ampia, fondata, documentata e seria. E – ne siamo convinti – può anche contribuire a portare l'Italia fuori dalle secche in cui si trova imprigionata da ormai troppi anni.

Lo sciopero come atto politico, ha detto. Ebbene, forse non era la Sua intenzione, ma Lei ha reso onore ai lavoratori in sciopero e alle organizzazioni sindacali che hanno indetto la protesta: come sicuramente condividerà, la politica intesa come partecipazione «all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3 della Costituzione) è una delle forme più nobili di manifestazione della persona e, come ha scritto il nostro concittadino Lorenzo Milani, è l'esperienza di “sortire insieme dai problemi”, il che significa solidarietà, coesione sociale, cittadinanza.

Il 5 maggio centinaia di migliaia di lavoratori hanno affermato con generosità questi valori; ci aspettiamo che tali valori caratterizzino con nettezza e in modo inequivocabile anche l'attuale classe dirigente, di cui Lei è autorevole esponente.