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Guido, le parole e l'azione

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41 anni fa le Brigate Rosse uccisero un operaio, delegato sindacale alla Italsider. Il racconto di quelle giornate terribili in un articolo di Ilaria Romeo e in un videodocumentario

  Il 24 gennaio 1979, otto mesi e mezzo dopo l’assassinio di Aldo Moro, le Brigate Rosse colpiscono ancora uccidendo a Genova Guido Rossa, iscritto al Pci e delegato sindacale della Fiom, membro del Consiglio di fabbrica dell’Italsider dal 1970, esperto alpinista, fotografo, pittore e scultore, trucidato per aver denunciato, da solo, Francesco Berardi, un brigatista infiltrato in fabbrica. La risposta del mondo del lavoro è gigantesca: scioperi spontanei, cortei, assemblee si svolgono in tutte le principali fabbriche italiane, da Milano a Torino, da Firenze a Taranto, da Napoli a Bologna l’Italia dice no all’ennesimo atto di violenza. "Hanno sparato a tutti noi" titolerà l’Unità il giorno seguente: “Nessuno degli assassinii compiuti finora dai terroristi, per quanto in alto ne fossero le vittime, per quanto illustri o importanti o note apparissero, ci ha procurato un dolore profondo e se non stiamo attenti, disperante, come questo che ci viene dalla uccisione del compagno Rossa, il più grave, il più esecrando, il più crudele, il più lacerante delitto perpetrato fino ad oggi. Perché Guido Rossa era un operaio e un sindacalista. Egli apparteneva dunque alla classe di coloro ai quali ci sentiamo più vicini, perché in questa sua duplice qualità di operaio e di sindacalista rappresentava la democrazia, era la democrazia. Le altre vittime dei terroristi, profondamente rimpiante, costituivano della democrazia garanzia e presidio, difesa e sostegno, vigilanza e tutela, ma il compagno Rossa ne era l’essenza e la sostanza”. “Sai qual è la differenza tra noi e le Br? - reciterà l’anonimo, bellissimo biglietto di un operaio a lui dedicato - Noi con le nostre lotte tendiamo ad estrarre i meglio che c’è nell’uomo. Loro il peggio. Noi la solidarietà tra gli uomini, loro l’omicidio. Quando si aspetta un operaio sotto casa e gli si spara alla spalle si è fascisti, non ho altro da aggiungere”. Le istituzioni decidono per Guido Rossa i funerali di Stato, che si svolgono in piazza De Ferrari il 27 gennaio.  Dirà quel giorno Sandro Pertini: “Non sono qui come presidente, sono qui come Sandro Pertini, vecchio partigiano e cittadino di questa Repubblica democratica e antifascista. Io le Brigate Rosse le ho conosciute tanti anni fa, ma ho conosciuto quelle vere che combattevano i nazisti, non questi miserabili che sparano contro gli operai […] Agli operai è stato detto oggi che bisogna difendere questa democrazia anche se qualcuno non è soddisfatto. Nulla è perfetto, a questo mondo. Ma è una nostra conquista, delle lotte antifasciste, della Resistenza quindi bisogna difenderla, la democrazia. Quello che mi conforta è che la classe lavoratrice questo l’ha compreso. Ho fatto questa affermazione a Savona, ed è stata accolta dal consenso di tutti gli operai. La Repubblica, costi quel che costi, deve essere difesa, non è qualcosa che ci è stato regalato da altri. Questa nostra Repubblica ce l’hanno data vent’anni di lotta antifascista, di sacrifici, di morti”. “Nel corso della sua lotta per la difesa della democrazia e per la sua emancipazione, il movimento operaio ha conosciuto molti nemici - aggiungerà Luciano Lama a nome della Federazione unitaria - . Ma questi sono fra i più vili perché operano come i fascisti e hanno lo stesso obiettivo dei fascisti anche se si coprono con una bandiera che non è la loro. Di fronte al compagno ucciso noi, Federazione unitaria, movimento sindacale, cittadini democratici, dobbiamo confermare in un giuramento solenne, il nostro impegno a combattere fino in fondo, con incrollabile fermezza, per la difesa della democrazia”. “La città tutta ha pianto e piange Guido Rossa - dirà sempre il giorno dei funerali il sindaco di Genova Cerofolini - e si stringe affettuosamente attorno ai suoi familiari. Hanno colpito Guido. Il terrorismo eversivo e criminale ha colpito un operaio esemplare, un dirigente sindacale di fabbrica, un cittadino benemerito che ha saputo fare, come forse non tutti noi sappiamo, fino in fondo, il proprio dovere civico e democratico. Hanno colpito lui, perché in lui si racchiudeva il simbolo di questa classe operaia meravigliosa, temprata dalle battaglie contro il fascismo e contro il nazismo, insorta il 30 giugno del 1960, sempre mobilitata contro la reazione e la eversione, mai lasciatasi lusingare dalle B. R. anche quando all’inizio si presentavano impastate di un equivoco sociologismo. E sin dal primo momento questa classe lavoratrice seppe individuare il pericolo, l’insidia che si nascondeva contro le istituzioni democratiche e quindi contro la stessa classe operaia. Hanno colpito il movimento operaio, ma il movimento operaio genovese e italiano è ben compatto e ben saldo, anzi più cosciente del proprio dovere e della propria funzione da compiere. Hanno ferito ancora una volta questa città, che tanti lutti e ferite ha dovuto già sopportare per il terrorismo eversivo. Ma questa città è in piedi ed è pronta a dare fino in fondo il proprio contributo a coloro i quali finalmente vorranno mettere mano ad una azione seria, rigorosa, portata avanti senza tentennamenti, per colpire i terroristi e i mandanti. Se costoro faranno questa azione, avranno il consenso della classe operaia, avranno il sostegno di questa città incrollabilmente democratica”. “L’uccisione di Rossa - ribadiranno anni dopo i suoi compagni del Consiglio di Fabbrica dell’Italsider - è la prova provata che nella folle logica dell’attacco al cuore dello Stato ed alle sue istituzioni, ovvero alla convivenza civile, alla libertà ed alla democrazia, il movimento dei lavoratori con le sue organizzazioni pubbliche e sindacali diventano l’inevitabile baluardo di forza consapevole contro il quale le forze dell’arbitrio e della violenza sono costrette a sbattere. Da allora sono passati diversi anni, molti fatti si sono succeduti, ma un dato incontestabile rimane: la nostra compattezza di lavoratori e la nostra mobilitazione unitaria ha politicamente sconfitto il terrorismo ed ha dato la forza e la credibilità alle istituzioni per poterlo reprimere”. La morte di Guido Rossa è uno spartiacque nella lotta contro il terrorismo. Il suo atto consapevole brucia ogni possibile zona grigia, rendendo esplicita e trasparente la scelta di assumere il terrorismo come il nemico dei lavoratori, della classe operaia e della democrazia. Un atto lucido, chiaro e coerente, un gesto, quello di Guido Rossa, politico, da ricordare e tramandare come prezioso insegnamento. Scrive all’amico Ottavio Bastrenta nel 1970: “Ottavio carissimo, l’indifferenza, il qualunquismo e l’ambizione che dominano nell’ambiente alpinistico in genere, ma soprattutto in quello genovese, sono tra le squallide cose che mi lasciano scendere senza rimpianto la famosa lizza della mia stazione alpina. Da parecchi anni ormai mi ritrovo sempre più spesso a predicare agli amici, l’assoluta necessità di trovare un valido interesse nell’esistenza, che si contrapponga a quello quasi inutile (e non nascondiamocelo, forse anche a noi stessi) dell’andar sui sassi. Che ci liberi dal vizio di quella droga che da troppi anni ci fa sognare e credere semidei o superuomini chiusi nel nostro solidale egoismo, unici abitanti di un pianeta senza problemi sociali, fatto di lisce e sterili pareti sulle quali possiamo misurare il nostro orgoglio virile, il nostro coraggio, per poi raggiungere (meritato) un paradiso di vette pulite, perfette e scintillanti di netta concezione tolemaica, dove per un attimo o per sempre, possiamo dimenticare di essere gli abitati di un mondo colmo di soprusi e di ingiustizie, di un mondo dove un abitante su tre vive in uno stato di fame cronica, due su tre sono sottoalimentati e dove su sessanta milioni di morti all’anno, quaranta muoiono di fame! Per questo penso, anche noi dobbiamo finalmente scendere giù in mezzo agli uomini a lottare con loro, allargando fra tutti gli uomini la nostra solidarietà che porti al raggiungimento di una maggiore giustizia sociale, che lasci una traccia, un segno, tra gli uomini di tutti i giorni e ci aiuti a rendere valida l’esistenza nostra e dei nostri figli. Ma probabilmente queste prediche le rivolgo soprattutto a me stesso, perché anche se fin dall’età della ragione l’amore per la giustizia sociale e per i diritti dell’uomo sono stati per me il motivo dominante, sin’ora ho speso pochissime delle mie forze per attuare qualche cosa di buono in questo senso [...]. Le lotte sindacali di questi ultimi mesi hanno avuto per obiettivo - tra gli altri - la democrazia sui luoghi di lavoro, e il diritto dei lavoratori di indagare sul processo produttivo e sulle condizioni ambientali in cui esso si svolge. Negli anni Settanta la lotta dei lavoratori sarà tesa a portare il potere decisionale dal vertice alla base, in tutti i campi della vita pubblica. Problema fondamentale dello sviluppo democratico nazionale è l’intervento dei lavoratori nella produzione industriale. Nuove conquiste sono necessarie. Partendo dallo Statuto dei diritti dei lavoratori, perché gli operai possano pesare nell’organizzazione della produzione e per l’affermazione e la difesa dei propri diritti di lavoratori e di cittadini […] Da poco mi hanno eletto con regolari votazioni delegato di reparto. Inizia qui e probabilmente finisce la mia carriera di sindacalista. Avrei voluto rimanerne fuori, ma mi hanno messo alle strette, dicono che parlarne solo non basta! E fin dal primo giorno sono partito all’attacco, tanto per tre o quattro anni non potranno buttarmi fuori”. “Sono un delegato dell’Officina centrale - diceva nel suo primo intervento al Consiglio di fabbrica Guido - prendo la parola per la prima volta a questo microfono perché alle parole ho sempre preferito l’azione”. Adesso tocca a noi agire: il nostro dovere è non lasciare che la sua sia soltanto una storia da raccontare, ma rimanga un modello da seguire. Lui sacrificò la vita, a noi si chiede molto meno: lavoriamo per unire i lavoratori dove li vogliono dividere, per l’integrazione, per la difesa della democrazia e la completa attuazione della nostra Costituzione. Lavoriamo con la consapevolezza di servire una causa grande, una causa giusta. Lo dobbiamo a Guido e a noi stessi.