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Lavoro 4.0

L'alleato della tecnologia deve essere il diritto

Foto: Jesse Orrico (da Unsplash)
Cinzia Maiolini
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Internet, intelligenza artificiale e piattaforme vanno governati secondo princìpi di trasparenza ed equità. La scelta è individuare quali siano i valori pubblici da sottrarre al profitto privato

Lo sviluppo delle tecnologie ha un rapporto biunivoco con l’umanità: da un lato ne plasma le interazioni, le modalità di produrre, muoversi, relazionarsi; dall’altra, il suo utilizzo e il suo incremento sono influenzati dalla cultura della società che lo produce. L’attuale sviluppo tecnologico, che è caratterizzato da un andamento per sua natura esponenziale, ha subìto una prepotente accelerazione determinata dalla pandemia globale, evidenziando come la possibilità di utilizzo della tecnologia sia sempre più elemento di inclusione sociale ed economica. Contestualmente ha reso esplicito che il grado di pervasività delle nuove tecnologie è enorme e che le scelte politiche di governo di queste tecnologie faranno la differenza tra società aperte e società chiuse, dunque tra società democratiche o totalitarie, tra implementazione o riduzione dei diritti.

Se, da un canto, l’applicazione di tecnologie sempre più performanti può decisamente migliorare le condizioni di vita delle persone, dall’altra, e con pari forza, ne può comportare la marginalizzazione e limitarne la libertà. Di certo solo una visione politica olistica, che traguardi l’imminente e comprenda appieno quali e quante relazioni esistono tra sviluppo tecnologico e diritti, può consentire all’umanità di perequare le diseguaglianze e godere dei benefici di implementazioni tecnologiche straordinarie. Di sicuro l’avvento di internet e delle tecnologie connesse, come l’intelligenza artificiale e il machine learning, richiedono sempre maggiori competenze e formazione continua che sono elementi di occupabilità, ma anche elementi irrinunciabili per l’esercizio di diritti soggettivi. L’esclusione dall’utilizzo e dalla comprensione delle implicazioni delle nuove tecnologie rappresenta, de facto, un elemento di esclusione e marginalizzazione sociale, economica, culturale.

Per questi motivi l’alleato della tecnologia deve essere il diritto. Come recentemente ha dichiarato il garante della privacy (30 gennaio 2020), quest’alleanza tra tecnologia e diritto “può rappresentare l’architrave di una risposta democratica e lungimirante alle nuove minacce del digitale, inevitabilmente connesse agli opposti, straordinari benefici”. Se pensiamo all’intelligenza artificiale e alle sue implicazioni in termini di potenziamento della capacità decisoria degli umani, non ci sfugge la necessità che la stessa sia impostata, governata, implementata secondo valori di trasparenza, equità, giustizia. Tecnologie che permettono la mappatura del genoma e la medicina predittiva, se gestite da società private a fini di lucro, comporteranno accesso alle diagnosi e alle cure solo per alcuni e non per tutti.

La stessa giustizia predittiva, che si avvalga di deep learning e intelligenza artificiale, e i processi decisori in generale che attengano il singolo e utilizzino l’intelligenza artificiale, necessitano di assoluta trasparenza quantomeno nel diritto di accesso delle parti interessate all’algoritmo, esattamente come da pronuncia del Consiglio di Stato che ha affrontato la questione (Consiglio di Stato, sez. VI, sentenza 8 aprile 2019, n. 2270).

Dunque: le logiche e i meccanismi di funzionamento delle piattaforme, l’utilizzo dei dati in modo trasparente e aperto o esclusivo e orientato al soddisfacimento di interessi economici privati, l’accessibilità e il controllo democratico delle piattaforme, sono i temi che la politica nazionale e sovranazionale devono mettere in agenda come prioritari. Dalle scelte ideologiche che si faranno discenderà la configurazione di una società più o meno inclusiva e democratica. Basta pensare alla modalità e alle implicazioni dell’applicazione della tecnologia a settori come la sanità, l’istruzione, l’informazione, per comprendere che è in gioco l’intera struttura sociale.

Tornando alle scelte di governo, bisogna definire con chiarezza il rango dei diritti all’accesso alle nuove tecnologie, sanare i ritardi strutturali del Paese con investimenti mirati, ragionare in termini di ecosistemi digitali che presuppongano una governance pubblica per le reti digitali, assurte a rango di opere di pubblico interesse, una trasparente e condivisa gestione dei dati intesi come beni comuni e non come elemento di rendita economica per pochi, il riconoscimento del diritto alla formazione continua come diritto soggettivo e, in genere, la previsione di un’implementazione tecnologica che risponda a bisogni collettivi e individuali.

La scelta è individuare quali siano i valori pubblici da sottrarre al profitto privato delle grandi piattaforme, con la consapevolezza della dimensione dirompente del rapporto tra tecnologia e democrazia, modello sociale e modello culturale. Più di due mesi di lockdown ci hanno posto di fronte, e senza sconti, a tutti i ritardi e i difetti di governo delle tecnologie nel nostro Paese. Nel contempo, hanno creato maggiore consapevolezza nei cittadini delle possibilità e dei rischi del loro utilizzo. Abbiamo bisogno di concorrere alla determinazione di un modello sociale inclusivo, partecipato, che preveda la trasparenza dei processi decisionali pubblici e il coinvolgimento dei cittadini in specifici processi decisionali.

Dobbiamo concorrere a costruire un modello che utilizzi la tecnologia come fattore abilitante dell’esercizio attivo di diritti essenziali e inviolabili riconosciuti dalle norme: diritto alla libertà personale, ma anche diritto alla salute, all’istruzione, alla libera manifestazione del pensiero e dunque all’informazione. Un utilizzo della tecnologia come strumento sostanzi i diritti, che li rafforzi e li estenda.

E se questo vale per la dimensione pubblica, in maniera osmotica gli stessi meccanismi vanno trasposti all’ambito lavorativo perché le sorti del lavoro, della sua dignità, il grado di occupabilità, non sono predeterminati, ma legati alla trasparenza e alla rispondenza a valori sociali condivisi degli algoritmi che governano o governeranno la regolamentazione dei rapporti di lavoro e i processi produttivi, all’uso trasparente dei dati, all’accesso alla formazione come diritto, alla possibilità di rappresentare e tutelare interessi collettivi. Insomma, tutti temi che prevedono un ruolo attivo dei lavoratori e delle lavoratrici e delle loro rappresentanze.

La Repubblica italiana è democratica e fondata sul lavoro: bastano questi due assunti a indicare la direzione necessaria del governo politico della tecnologia.

Cinzia Maiolini è responsabile dell’Ufficio lavoro 4.0 della Cgil nazionale