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Covid-19

Il lockdown non ha fermato i trasporti

Foto: PublicDomainPictures
Chiara Mancini, Cecilia Casula
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I livelli minimi di servizio (sia persone sia merci) sono stati garantiti, ma si è comunque registrato un crollo della domanda, a tutto vantaggio dell'e-commerce. Occorre ora analizzare la ripartenza e capire come utilizzare la tecnologia per migliorare il settore, nell'interesse generale delle persone che ci lavorano

Nella fase più acuta del lockdown i trasporti non si sono fermati. Il trasporto delle persone ha sempre garantito i livelli minimi di servizio, anche se nella pratica si è riscontrato un sostanziale blocco di questi settori per il drastico calo della domanda e un completo stop di quelli più legati al turismo, come il trasporto aereo o l’autonoleggio. Da un sondaggio, che la Filt sta conducendo tra funzionari/e e delegati/e (i dati sono ancora parziali e soggetti a cambiamenti), emerge che nel trasporto delle persone l’attività economica è diminuita di oltre il 90% in circa un terzo dei casi, tra il 75% e il 90 nel 30% dei casi e tra il 50% e il 75 nel 20% dei casi. In sostanza, è colata a picco.

Nel campo del trasporto delle merci la dinamica è stata più ambivalente: se, da una parte, anche questo settore ha subìto un crollo, dovuto all’arresto della produzione e alla dinamica del commercio globale, dall’altra, l’e-commerce ha visto un’impennata. Dai dati Istat sul commercio al dettaglio, infatti, emerge che il commercio elettronico è aumentato del 17,8% nel primo trimestre 2020: questo, nonostante i dati si riferiscano solo alle imprese che svolgono e-commerce come attività prevalente. In alcuni settori la crescita è stata ancora più vertiginosa: le vendite di prodotti di largo consumo online hanno visto un picco del 162% nella settimana fra il 23 e il 29 marzo (dati Nielsen).

Se questo è quanto accaduto durante il lockdown, adesso si tratta di analizzare la ripartenza e, soprattutto, di allungare lo sguardo, provando a separare il grano dal loglio - i mutamenti strutturali da quelli emergenziali - e a capire come si possa utilizzare la tecnologia per migliorare il sistema dei trasporti nell’interesse generale e delle persone che ci lavorano.

Nel trasporto delle persone, una delle preoccupazioni maggiori è che le persone smettano di utilizzare il trasporto pubblico, a causa di due dinamiche. Una, di natura più contingente, legata alla persistenza del Covid-19, con le conseguenze relative al distanziamento sociale (necessario) e alla psicosi legata ai luoghi pubblici (come lo sono i mezzi di trasporto). Ciò potrebbe indurre le persone ad affidarsi ancora di più alla mobilità privata, peraltro, caratteristica strutturale del Paese già prima della pandemia. Questo non può essere permesso, per ragioni di sostenibilità ambientale e anche sociale, dal momento che il trasporto pubblico è un grande strumento di redistribuzione. In tal senso, la tecnologia si sta rivelando di grande aiuto, con una serie di applicazioni relative al livello di affollamento dei mezzi.

L’altra dinamica, invece, è di carattere più strutturale e potrebbe essere quella relativa alla diffusione del lavoro da remoto. Non si tratta solo dell’allargamento della fascia di lavoratori in smart working, ma anche di tutte quelle riunioni e attività che prima comportavano degli spostamenti e che oggi ci siamo abituati a svolgere in modalità remota. Se le imprese andranno in quella direzione (determinata soprattutto dai vantaggi economici), a risentirne potrebbe essere proprio il sistema di trasporto collettivo, da quello pubblico locale al ferroviario (si pensi a tutta la rete dell’Alta velocità), a quello aereo, con un impatto che rischia di essere importante e di rendere il trasporto collettivo non sostenibile sul piano economico.

Si tratta quindi di operare con maggiore efficacia per spostare fasce di lavoratori dal mezzo privato a quello collettivo e, contestualmente, d'intercettare la domanda di mobilità non legata a ragioni di lavoro. Questo significa il governo integrato della mobilità delle persone (arrivare da A a B con diversi mezzi, ma in una forma d'intreccio di orari, luoghi d'interscambio e tariffe integrate). Perciò, occorrono cabine di regìa regionali e investimenti tecnologici in applicazioni che siano in grado d'intrecciare domanda e offerta. 

Sul piano del trasporto delle merci, uno dei cambiamenti strutturali, a oggi più presenti, appare il consolidamento del trend positivo dell’e-commerce: secondo le stime di Cerved, il commercio on line sarà il primo settore con performance migliori e potrebbe crescere tra il 26 e il 55% nel 2020, rispetto al 2019. Allora, anche su questo piano occorre fare un ragionamento di sistema. Anzitutto, bisogna affermare con convinzione che questo trend non va necessariamente a ledere il commercio al dettaglio, anzi, soprattutto sul segmento dei negozi di vicinato e del commercio a chilometro zero ci sono grandi opportunità d'integrazione. Poi c'è bisogno di un occhio attento al lavoro in questo settore, spesso dominato da catene di appalti insostenibili socialmente: durante il lockdown i lavoratori della logistica e del trasporto merci non si sono fermati, ma hanno contribuito, anche mettendo a repentaglio la propria salute, a tenere in movimento il Paese.

Se questi trend dovessero realizzarsi, è fondamentale che le persone possano lavorare in sicurezza: in tal senso, la tecnologia può essere d’aiuto. Dai dati parziali del nostro sondaggio emerge che per il 70% dei rispondenti nel trasporto delle persone l’azienda ha adottato procedure digitali per garantire le necessarie misure di sicurezza (in particolare, digitalizzazione di procedure legate alla documentazione, agli adempimenti burocratici e alla bigliettazione, oltre alla digitalizzazione del lavoro impiegatizio attraverso lo smart working), mentre questa quota si riduce al 41% nel trasporto delle merci, dove serve maggiore sforzo. Garantito ciò, è arrivato il momento di affermare che i lavoratori del trasporto merci devono partecipare in maniera equa alla crescita, perché, come dimostrato in fase di lockdown, ne sono l’architrave.

Chiara Mancini e Cecilia Casula, Ufficio studi, ricerche e formazione della Filt Cgil nazionale