Nel dibattito sui referendum che riguardano il funzionamento della giustizia è utile ricordare un dato spesso trascurato: il modo in cui è organizzata la magistratura non è una questione puramente istituzionale, ma può avere conseguenze concrete anche sulla tutela dei diritti sociali. Le modifiche oggetto del referendum incidono infatti sull’assetto e sulle dinamiche interne della magistratura ordinaria, all’interno della quale opera anche la Corte di Cassazione, che rappresenta il vertice del sistema giudiziario e svolge un ruolo decisivo nell’interpretazione uniforme delle norme.

Proprio le decisioni della Corte di Cassazione hanno contribuito negli anni a chiarire l’applicazione delle norme previdenziali e a rafforzare tutele fondamentali per milioni di lavoratrici e lavoratori. Il contenzioso giudiziario è stato spesso lo strumento attraverso cui diritti già previsti dall’ordinamento sono stati resi concretamente esigibili o sono stati estesi a categorie di lavoratori inizialmente escluse.

Il caso del part-time

Un caso emblematico riguarda il lavoro part-time ciclico, una condizione che oggi interessa quasi quattro milioni di lavoratrici e lavoratori nel nostro Paese, in larga parte donne. Si tratta spesso di persone che, a causa della riduzione dell’orario e della discontinuità dei rapporti di lavoro, faticano a raggiungere il minimale contributivo e rischiano di vedere ridotti gli anni utili per la pensione e quindi l’importo del trattamento previdenziale.

Proprio per evitare che questa condizione si traducesse in una penalizzazione ingiusta, la Corte di Cassazione è intervenuta con la sentenza n. 18.826 del 2 luglio 2021, affermando un principio di grande rilievo sociale: nel caso del part-time ciclico verticale il minimale contributivo non può incidere sull’anzianità contributiva utile ai fini pensionistici. In altre parole, periodi di lavoro effettivamente svolto non possono essere svalutati ai fini del diritto alla pensione solo perché la retribuzione è più bassa o l’orario ridotto.

Si tratta di una pronuncia che ha impedito che migliaia di lavoratrici e lavoratori, pur avendo lavorato per anni, si trovassero con una contribuzione ridotta artificialmente e quindi con prospettive pensionistiche ancora più fragili. In un mercato del lavoro segnato dalla diffusione del part-time involontario e da percorsi occupazionali discontinui, la decisione della Cassazione ha rappresentato un importante argine contro il rischio che la precarietà del lavoro si trasformi automaticamente in povertà previdenziale.

Il calcolo della pensione

Sempre in materia di prestazioni previdenziali, con la sentenza n. 30.258 del 25 novembre 2024 la Cassazione ha chiarito che la rioccupazione successiva di breve durata non compromette il diritto all’Ape sociale, evitando interpretazioni restrittive che avrebbero limitato l’accesso a uno strumento di tutela per lavoratori in condizioni di particolare difficoltà.

Un principio particolarmente rilevante affermato dalla giurisprudenza riguarda inoltre il calcolo delle pensioni. Le Sezioni unite della Cassazione, con la sentenza n. 12.720 del 21 maggio 2009, hanno stabilito il principio della neutralizzazione dei periodi contributivi meno favorevoli, chiarendo che gli ultimi anni di lavoro con retribuzioni più basse non possono ridurre l’importo della pensione maturata. Successive pronunce, tra cui la sentenza n. 26.465 del 17 dicembre 2016, hanno rafforzato questo orientamento, mentre la sentenza n. 23.902 del 24 settembre 2019 ha ribadito che nel calcolo delle prestazioni previdenziali deve essere applicato il criterio di maggior favore per l’assicurato.

La Cassazione e il lavoro in somministrazione

Sul piano del sostegno alle famiglie dei lavoratori, con la sentenza n. 6.870 dell’8 marzo 2019 la Cassazione ha stabilito che gli assegni per il nucleo familiare spettano anche ai lavoratori somministrati, superando interpretazioni restrittive che escludevano queste categorie da una prestazione fondamentale di sostegno al reddito.

Un altro ambito in cui il contenzioso ha contribuito ad ampliare concretamente le tutele riguarda gli strumenti di sostegno al reddito in caso di perdita del lavoro. Le Sezioni unite della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 23.476 del 18 agosto 2025, hanno stabilito che, nel caso di licenziamento illegittimo con ricostituzione giuridica ma non retributiva del rapporto di lavoro, il lavoratore mantiene comunque il diritto al trattamento di disoccupazione.

La Naspi anche ai lavoratori detenuti

Nello stesso solco di tutela si colloca anche la sentenza n. 13.721 del 22 maggio 2025, con cui la Cassazione ha riconosciuto il diritto alla Naspi anche ai lavoratori detenuti, affermando un principio di grande rilievo sociale: la condizione personale non può cancellare i diritti maturati nel rapporto di lavoro e nel sistema previdenziale.

Queste decisioni dimostrano come il contenzioso abbia svolto negli anni un ruolo fondamentale nel rafforzare l’effettività dei diritti sociali, contribuendo a correggere interpretazioni restrittive delle norme o rigidità del sistema previdenziale.

Si tratta solo di una parte del contributo della giurisprudenza alla tutela dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Accanto alle decisioni in materia di welfare e previdenza vi sono infatti numerose altre pronunce che hanno rafforzato le garanzie sul terreno della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, del riconoscimento delle malattie professionali, della tutela contro il mobbing e, più in generale, della difesa dei diritti del lavoro.

Il tema si intreccia quindi direttamente con il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo, perché le modalità con cui è organizzato il sistema giudiziario incidono anche sulla capacità dei cittadini e dei lavoratori di far valere i propri diritti attraverso il contenzioso.

La magistratura deve essere autonoma e indipendente

Questo patrimonio di decisioni dimostra quanto sia importante che la magistratura possa operare con piena autonomia e indipendenza, nel rispetto dei princìpi costituzionali. Quando i giudici sono messi nelle condizioni di applicare la legge senza pressioni e senza condizionamenti, possono contribuire a rendere concreti i diritti previsti dall’ordinamento e a garantire che il sistema di welfare continui a svolgere la sua funzione di protezione sociale.

Riforme che alterino questo equilibrio istituzionale rischiano invece di indebolire una delle principali garanzie dei cittadini. In particolare, modifiche che incidono sull’organizzazione e sul funzionamento della magistratura possono rendere più probabile un condizionamento di fatto della politica, con il rischio di compromettere quel ruolo di garanzia che negli anni ha consentito di ampliare e rendere effettivi molti diritti sociali.

Difendere l’autonomia della magistratura significa quindi tutelare uno degli strumenti attraverso cui, negli anni, è stato possibile rafforzare i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori e rendere più giusto il sistema di protezione sociale del nostro Paese.

Per queste ragioni, alla luce delle tante conquiste sui diritti previdenziali e di welfare rese possibili anche attraverso il contenzioso e l’azione della magistratura, voterò NO al referendum del 22 e 23 marzo, nella convinzione che l’autonomia della magistratura rappresenti una garanzia fondamentale anche per la tutela dei diritti sociali e del lavoro.

Ezio Cigna, responsabile politiche previdenziali Cgil nazionale