Promessa mantenuta, seppure con un giorno di ritardo. Il Consiglio dei ministri questa mattina ha approvato sì un decreto legge per abbattere le liste di attesa: contiene solo una parte di quello circolato in bozze, ciò che manca e poco altro è confluito in un disegno di legge che chissà se mai vedrà la luce. In ogni caso, sia l’uno che l’altro provvedimento sono assai deludenti, davvero difficilmente serviranno ad aumentare il numero di prestazioni che il servizio sanitario nazionale eroga per soddisfare i bisogni di salute dei cittadini e delle cittadine. La delusione, forse la rabbia, non è solo dei sindacati ma anche delle Regioni che, lo ricordiamo, in maggioranza sono governate da giunte di centrodestra.

Il giudizio della Cgil è netto. Lo esprime Daniela Barbaresi, segretaria confederale: “L’atteso intervento sulle liste d’attesa per le prestazioni sanitarie, da grande spot elettorale si trasformerà in grande flop per le persone e personale”.

Il Decreto Legge delle intenzioni

Sette scarni articoli che dovrebbero fare il miracolo di ridurre le liste di attesa e dovrebbe farlo subito visto che entra immediatamente vigore. L’articolo 1 serve a creare una piattaforma, presso l’Agenas, che dovrà ricevere i dati sulle liste d’attesa, il 2 a rafforzare l’organismo di controllo del ministero che verifica ciò che succede sulle liste. Per trovare qualcosa di più concreto occorre leggere il 3: “implementa il sistema di prenotazione, chiedendo la creazione di Cup regionali e infraregionali dove bisogna tenere conto anche delle agende del privato. Dovrà esserci trasparenza e un sistema di chiamata per disdire le prestazioni entro due giorni prima dell'appuntamento. Sono vietate le liste chiuse, non prenotabili”. Peccato che per legge tutto ciò si dovrebbe già fare e sono le strutture private a non cedere le proprie agende.

Chiacchiere e tabacchiere di legno non si accettano al banco di Napoli

È un proverbio napoletano che ben spiega il valore nullo delle chiacchiere prive si sostanza. E infatti Daniela Barbaresi ricorda: “Nel Piano nazionale di governo delle liste d’attesa (Pingla) 2019-2021 è già tutto previsto: le classi di priorità per le prescrizioni (urgente, breve, differibile e programmata), il Cup unico regionale con tutte le agende di prenotazione delle prestazioni disponibili - sia del pubblico che del privato convenzionato -, il sistema di monitoraggio, le disdette delle prenotazioni, i percorsi di tutela, il divieto di liste chiuse”. Chiacchiere vuote, appunto, per questo che la dirigente sindacale aggiunge: “Non volendo pensare ad un vergognoso spot elettorale non si comprende dov’è l’urgenza che giustifica un decreto privo di reali risposte per le persone malate”.

La lettura prosegue

L’articolo 4 dispone che le prestazioni sanitarie possono essere erogate anche di sabato e domenica. Bene, con quali soldi si pagheranno gli straordinari al personale? La risposta, o meglio un altro interrogativo arriva dalla segretaria: “La possibilità di accertamenti diagnostici il sabato, la domenica e nelle ore serali è già prevista dal Pingla, ma nel decreto d’urgenza non si indica con quali professionisti. Con un servizio sanitario nazionale che soffre ormai da troppo tempo di un’insostenibile carenza di personale, non si chiarisce chi dovrebbe coprire quei turni ulteriori”.

Il 5, invece, interviene sul tetto di spesa per il personale. Subito le Regioni che lo chiederanno potranno utilizzare fino al 15% (oggi è il 10%) del proprio fondo sanitario per il personale, dal 2025 salta il tetto di spesa. Anche in questo caso la domanda è d’obbligo: chi paga, visto che non è prevista la copertura finanziaria del provvedimento? Già oggi le Regioni affermano che con i lori bilanci non riescono a coprire le spese sanitarie.

Infine gli ultimi tre

Il 6 afferma una cosa buona e giusta, occorre potenziare l’offerta sanitaria dei Dipartimenti di salute mentale, e – finalmente – viene previsto anche il costo: 60 milioni di ero. Infine il 7 introduce una fiscalità speciale per l’orario aggiuntivo straordinario finalizzato all’abbattimento delle liste di attesa: la retribuzione di questo straordinario sarà tassata al 15%. Tanto su questo si potrebbe dire, a cominciare dal fatto che quell’aliquota rimanda alla flat tax tanto cara a Salvini, e che non si capisce perché lo straordinario per abbattere le liste di attesa avrà una tassazione così favorevole e quella svolta da lavoratori e lavoratrici per produrre farmaci, automobili, tessuti. O anche per pulire uffici e costruire immobili, invece no. Ma non è il caso di infierire.

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La rivolta delle Regioni

La presa di posizione delle Regioni italiane è forte e chiara, anche un po’ irritata. Sostengono non vi sia nessuna copertura finanziaria, mentre c’è un ulteriore spazio per i privati e – soprattutto – sono state esautorate. Dice Raffaele Donini, assessore della sanità dell’Emilia Romagna e coordinatore della Commissione Salute della conferenza delle Regioni: “Le regioni hanno avuto il testo del decreto solo poche ore prima del Cdm, significa che non il nostro parere non si è ritenuto utile acquisirlo preventivamente. Quindi ci si risparmi almeno l’imbarazzo di dover smentire ogni riferimento alla concertazione con le Regioni. Nei prossimi giorni ci riuniremo e faremo pervenire le proposte di modifica, concordate unanimemente”.

Oltre alla forma – che è sostanza – le critiche dell’assessore sono anche al merito del testo: “Ancora privo di coperture finanziarie e molto astratto. Da un lato è evidente la volontà di esautorare le Regioni della loro funzione di programmazione sanitaria, questo spiega forse il mancato coinvolgimento delle stesse”. L’attacco di Donini è netto: “In questo modo si passa dalla retorica dell’autonomia differenziata, all’autonomia nell’indifferenziata”.

Privato a go go

Anche per Donini l’impronta del governo è chiara, si favorisce il privato depotenziando il pubblico. Aggiunge infatti l’assessore: “Il decreto spinge ancora l’acceleratore sulla privatizzazione della sanità sia favorendo l’attività libero professionale dei medici a scapito del potenziamento del sistema sanitario pubblico, sia alzando il tetto di spesa per il privato accreditato, senza prima assicurare un adeguato finanziamento del sistema pubblico”.

La Cgil boccia il provvedimento

“Se tutto l’impianto si regge a risorse invariate per il servizio sanitario – chiosa Barbaresi - ciò che accadrà sarà semplicemente il travaso di risorse dal sistema pubblico a quello privato”. Per affrontare il problema delle liste di attesa, aggiunge la segretaria: “Servono soprattutto risorse da investire nel suo personale: quello in forza e quello da assumere al più presto. Occorre poi un’organizzazione dell’assistenza sanitaria, a partire dal territorio, capace di garantire non solo prestazioni ma l’effettiva presa in carico dei bisogni di salute delle persone”.

La conclusione di Barbaresi è davvero senza sconti: “Probabilmente nemmeno il ministro si attende da questo decreto d’urgenza effetti positivi sull’abbattimento delle liste d’attesa. Le aspettative più importanti potrebbero risiedere in chi cerca consenso politico e interesse economico a discapito dell’oculata gestione dei denari pubblici e dell’interesse delle persone. Continueremo a batterci per il diritto alla salute, per contrastare l’impoverimento e lo svuotamento del pubblico e la privatizzazione della sanità, che il governo Meloni porta avanti a passo di marcia”.

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