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De te fabula narratur

De te fabula narratur
Foto: Marco Merlini
Roberta Lisi
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Nella giornata mondiale della salute abbiamo raccolto l'allarme dei medici lombardi, a mani nude di fronte all'emergenza Covid-19. “Non è possibile – spiegano – tacere sugli errori commessi"

Mai ricorrenza fu più appropriata come quella che vuole oggi celebrare il 70esimo anniversario dell’istituzione della Giornata internazionale della Salute. La volle nel 1950 l’Organizzazione Mondiale della Sanità che quest’anno la dedica al lavoro delle donne per la tutela salute: infermieri e ostetriche prima di tutto. E le infermiere sono, insieme ai medici, in prima linea in Italia e nel mondo a fronteggiare il Coronavirus, in tante e tanti si sono ammalati. Nella nostra mente abbiamo l’immagine di Elena Pagliarini, quell’infermiera di Cremona che a fine turno si addormentò reclinando il capo sulla tastiera del pc. Anche lei è stata colpita da Covid-19, per fortuna è guarita e subito è tornata in corsia. Ma nel ricordare oggi che, secondo l’articolo 25 della Dichiarazione dei diritti universali dell’Uomo, la salute è appunto un diritto inalienabile e va garantita a tutti e tutte non possiamo non raccogliere la denuncia degli Ordini dei medici e odontoiatri della Lombardia.

A detta loro, pur non essendo quello attuale il tempo delle accuse, non è possibile tacere sugli errori che sono stati compiuti nell’affrontare e fronteggiare l’epidemia che ha colpito in maniera devastante la Regione. L’errore di oggi, affermano, ha radici nelle scelte politiche del passato ma non è stato affatto corretto: aver sguarnito completamente la sanità di territorio. Giorgio Barbieri è appena uscito dalla quarantena ed è tornato al suo lavoro di medico di famiglia a Limbiate, Comune in provincia di Monza. Il suo è il tono di voce di chi è certamente provato e stanco ma anche molto combattivo e soprattutto arrabbiato. Arrabbiato per i pazienti che non può curare, per quelli che ha perso senza nemmeno sapere che fossero ammalati, per quelli che potrebbe curare se solo gli venissero date le condizioni per farlo.

E soprattutto è arrabbiato perché – sostiene – “un’emergenza di salute pubblica continua ad essere affrontata come se fosse un’emergenza del singolo paziente. Questo è l’errore di fondo che continua a determinare sottovalutazioni ed emergenze. L’ospedale è il luogo dove trova risposta all’acuzie del singolo malato, una epidemia è questione che riguarda la salute dell’intera popolazione. A fronteggiare l’emergenza di salute pubblica non può che essere la medicina del territorio. Che in Lombardia è stata sostanzialmente smantellata”. Lo dice Barbieri, lo hanno messo nero su bianco gli ordini dei medici lombardi sottolineando come “la situazione disastrosa in cui si è venuta a trovare la nostra Regione, anche rispetto a realtà regionali vicine, può essere in larga parte attribuita all’interpretazione della situazione solo nel senso di un’emergenza intensivologica, quando in realtà si trattava di un’emergenza di sanità pubblica. La sanità pubblica e la medicina territoriale sono state per molti anni trascurate e depotenziate”. 


L'ospedale di Codogno (foto di Davide Torbidi)

Ancora Barbieri racconta che gli sembra di esser tornato non al secolo scorso ma all’800, quando per far diagnosi serviva la scienza clinica del medico e davvero pochi erano gli strumenti diagnostici di supporto. Oggi ci sono ma nella regione più ricca d'Italia si è deciso di lasciarli appannaggio esclusivo degli ospedali. Dice Barbieri: “Ai pazienti, che reputo ammalati di Covid-19, io non posso prescrivere o richiedere un tampone, non posso richiedere una radiografia tanto più nel mio Comune il cui unico ospedale è privato accreditato e ci ha detto esplicitamente di non inviare pazienti sospetti positivi per accertamenti perché non hanno tempo poi di sanificare le strutture. Non posso prescrivere i farmaci che in ospedale si utilizzano per contrastare il virus. Cosa posso fare?Somministrare farmaci per tenere bassa la febbre, aiutare il respiro ma l’ossigeno per la terapia a domicilio è praticamente introvabile e quali siano i parametri da tenere sotto controllo per capire che sta arrivando una crisi respiratoria non si conoscono. Di solito l’aggravamento arriva in maniera repentina e rapida e a quel punto rischia di esser comunque tardi”.

Questo modo di procedere, a parere del nostro interlocutore che certamente dispone di molti elementi per una valutazione complessiva visto che per la Fp Cgil è il responsabile regionale dei medici di medicina generale, è una delle concause dell’alta mortalità del morbo in Lombardia. E anche i numeri che ogni giorno vengono snocciolati sui contagiati sono assai parziali, la stima che i medici di medicina generale fanno è che andrebbero moltiplicati per dieci, se si facessero i tamponi a tutti i sintomatici che visitano questo sarebbe il risultato. E, occorre ricordare, che il numero di tamponi effettuati non corrispondono al numero di persone testate, ricordiamo: i tamponi vengono effettuati solo in ospedali in regime di ricovero, a chi arriva al pronto soccorso con sintomi gravi. A ciascun paziente che risulta positivo poi vengono effettuati, o almeno dovrebbero, altri due tamponi per accertarne la guarigione. Quindi gli uomini e le donne monitorate attraverso test sono davvero pochissimi rispetto alla popolazione e alla diffusione del contagio.

“I morti in Lombardia sono tanti perché i malati non sono gestiti dal territorio”. La dimostrazione di questa affermazione del medico di Limbiate sta nel confronto con il tasso di mortalità non della Cina ma del Veneto. Regione limitrofa, con caratteristiche demografiche sostanzialmente sovrapponibili, governata dalla stessa compagine politica ma con un’organizzazione sanitaria che molto ha investito sul territorio e con un presidente di Regione che però ha fatto il suo mestiere: assumersi la responsabilità di decidere. Tamponi somministrati non solo fuori dagli ospedali ma anche agli asintomatici investendo appunto sulla prevenzione e quindi sulla rete dei medici di medicina generale.

Lo ricordano gli ordini professionali nella denuncia di ieri: “La pressoché totale assenza delle attività di igiene pubblica (isolamenti dei contatti, tamponi sul territorio a malati e contatti, ndr), la mancata esecuzione dei tamponi agli operatori sanitari del territorio e in alcune realtà delle strutture ospedaliere pubbliche e private, con ulteriore rischio di diffusione del contagio e il mancato governo del territorio ha determinato la saturazione dei posti letto ospedalieri con la necessità di trattenere sul territorio pazienti che, in altre circostanze, avrebbero dovuto essere messi in sicurezza mediante ricovero”. 

L’epidemia, lo sappiamo, purtroppo non è finita. E il racconto del dottor Barbieri ci dice che forse non abbiamo nemmeno contezza fino in fondo della dimensione della diffusione e della progressione. Ma oggi esiste un altro rischio che a suo giudizio è sottovalutato: “Noi mettiamo in isolamento fiduciario la maggior parte delle persone che hanno una diagnosi clinica, ovviamente non confermata da tamponi che non possiamo né somministrare né prescrivere, poi ci sono i pazienti dimessi dagli ospedali con tampone ancora positivo ma che essendo migliorati non possono rimanere in ospedale e vengono posti in quarantena obbligatoria a domicilio. E infine ci sono gli asintomatici familiari di pazienti positivi che in parte sono positivi ma appunto asintomatici. Bene, finita la quarantena, sia volontaria che obbligatoria, nessuno viene sottoposto a test, così come gli asintomatici, e nessuno ci dice cosa fare, quindi possono tornare ad uscire di casa senza che nessuno sappia se sono davvero guariti e quindi non più contagiosi. Il rischio, quindi, è che il virus continui a circolare. Se non andiamo a cercare i portatori sani, se non ci accertiamo che i malati siano effettivamente guariti attentiamo alla salute pubblica”.

La domanda allora che i decisori e chi ha la responsabilità della saluta pubblica dovrebbero porsi è: cosa fare per evitare un secondo picco? I medici che sono in prima linea, quelli del territorio appunto, sulla base della propria esperienza affermano che occorre subito cambiare rotta e ripensare il modello di organizzazione e di finanziamento. “La Lombardia, lo attestano documenti ufficiali a partire dal Libro Bianco, è la regione che spende meno per la sanità di territorio, il modello ospedalocentrico garantisce la cura del singolo ma non garantisce affatto la salute pubblica. Anzi ne attesta il fallimento perché il suo obiettivo dovrebbe essere quello di garantire la salute con la prevenzione e non solo di curare chi si ammala”. Per decreto il governo ha istituito le Unità speciali di continuità territoriali ma in Lombardia non sembrano essersene accorti. In Brianza, ad esempio, ne sarebbero previste 20 e ne sono state attivate solo 3. Cambiare in corsa è difficilissimo ma occorre cominciare.