Angela (nome di fantasia) è una lavoratrice fragile. Fragili sono anche i suoi due figli di 11 e 5 anni. Per 21 ore settimanali, uno stipendio di circa 900 euro mensili, fa l’operatrice call center in un impianto storico per il territorio di Taranto: quello dell’ex Tiscali, oggi in procinto di passare nelle mani della società Smeraldo Spa del Gruppo Canarbino.

Né Il riconoscimento della legge 104 né la sua condizione personale l’hanno messa al riparo dal baratro di incertezze che ha investito i 17 lavoratori della sede tarantina del call center, che dopo aver ricevuto, senza preavviso, una lettera che decretava il loro trasferimento nella sede di Bari, oggi conquistano solo un anno di tempo in cui potranno lavorare in smart working. Tra un anno si vedrà.

Ronsisvalle, Slc Cgil Taranto: “Nessuno di quei lavoratori potrebbe sostenere le spese per un trasferimento a Bari”

“Lavoratrici e lavoratori appesi a un filo di incertezza – dice Tiziana Ronsisvalle, segretaria generale della Slc Cgil – per cui come sindacati avevamo impugnato anche il provvedimento di trasferimento. Un quadro di illegittimità che vale per tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori coinvolti nella vertenza ma che nel caso di Angela vale di più”.

“Non c’è bisogno di una disamina economica approfondita per comprendere che, con 900 euro mensili, nessuno di quei lavoratori potrebbe sostenere le spese per un trasferimento a Bari, senza un grave peggioramento delle sue condizioni economiche e sociali – aggiunge Tiziana Ronsisvalle –. Questo vuol dire che il gruppo che acquisisce lo fa infischiandosene delle condizioni del personale: una mamma in condizioni di disabilità, caregiver a sua volta”.

Per la Slc Cgil la vertenza rimane dunque in piedi e tutta ancora da sciogliere nei suoi aspetti salienti. “Il presidio di Taranto non può essere messo in discussione – dice la segretaria della Slc Cgil di Taranto – e questo varrà anche tra un anno, perché chiedere il trasferimento coatto nella sede di Bari corrisponde, per noi, a una richiesta implicita di licenziamento. Un ‘o ti mangi questa minestra...’ che rispediamo al mittente in nome di Angela, dei suoi figli e di tutte le lavoratrici e i lavoratori coinvolti”.