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La vertenza Eurallumina torna a farsi incandescente. Il congelamento degli asset deciso dal Comitato di Sicurezza Finanziaria resta in vigore e, al momento, non esiste alcun accordo formale che consenta lo sblocco. Le rassicurazioni circolate nelle ultime settimane non hanno trovato riscontro nei fatti. Il risultato è uno stallo che pesa su lavoratori e territorio, mentre il tempo continua a scorrere senza soluzioni operative.
Le risorse disponibili bastano appena a garantire le attività minime di sicurezza e hanno un orizzonte limitato: coprono infatti solo fino ad agosto 2026. Oltre quella data non ci sono certezze. Un vuoto che mette in difficoltà anche la tenuta contabile dell’azienda, rendendo complicata l’approvazione del bilancio 2025 in continuità aziendale.
Lavoratori in cassa e presidio ridotto al minimo
Nel frattempo, il costo sociale della crisi è già evidente. Sono 186 i lavoratori in cassa integrazione nelle aree di crisi complessa, con rotazioni ridotte al minimo. A presidiare lo stabilimento restano appena 38 addetti, un numero giudicato insufficiente per un sito considerato strategico per l’intero comparto nazionale dell’alluminio.
La fotografia è quella di un impianto fermo ma non spento, che continua a sopravvivere in condizioni precarie. Una situazione che alimenta l’incertezza tra i lavoratori e nelle comunità locali, dove Eurallumina rappresenta un punto di riferimento occupazionale fondamentale.
Pressione sul ministero e nodi ancora aperti
Di fronte a questo scenario, le organizzazioni sindacali hanno chiesto una convocazione urgente al ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso. L’obiettivo è aprire un confronto ai massimi livelli che produca decisioni concrete e immediate.
Parallelamente è atteso un incontro con l’Agenzia del Demanio e con l’amministratore straordinario. Sul tavolo ci sono questioni decisive: il piano delle rotazioni, la copertura finanziaria per il secondo semestre e la continuità operativa del presidio industriale.
Il nodo infrastrutture e il paradosso del gas
A rendere ancora più complesso il quadro c’è il tema infrastrutturale. Prosegue infatti l’iter per la realizzazione della dorsale del gas metano, considerata essenziale per il riavvio della raffineria. Ma il rischio di un cortocircuito è concreto: portare a termine un’opera strategica senza lo sblocco del sito produttivo a cui è destinata. Un paradosso che i sindacati denunciano con forza, sottolineando l’urgenza di un coordinamento tra scelte industriali e infrastrutturali.
Se non arriveranno segnali rapidi e verificabili, la tensione è destinata a salire. Le organizzazioni sindacali metteranno in campo tutte le forme di mobilitazione necessarie. I lavoratori, ricordano, hanno già dimostrato in passato la loro determinazione e sono pronti a farlo di nuovo.
























