La “superintelligenza”, espressione rilanciata da Trump per definire l’intelligenza artificiale made in USA, è realizzata, a suo dire, dalle sole imprese private statunitensi. L’ordine esecutivo, firmato dal solo presidente, impone alle amministrazioni federali di sostituire nelle comunicazioni e nei documenti non normativi le espressioni “intelligenza artificiale” e “IA” con “Super Intelligence” e “SI”; incarica inoltre il consigliere presidenziale per la scienza e la tecnologia di proporne una definizione federale e le ulteriori misure attuative.

Separatamente, Trump e i vertici di Google, Anthropic, Meta, OpenAI, xAI e NVIDIA hanno sottoscritto un accordo volontario, privo di meccanismi coercitivi, che affida alle imprese quattro livelli di controllo: monitoraggio interno dei modelli, verifica da parte di un gruppo interno, valutazione di un soggetto esterno indipendente e supervisione di un comitato indipendente del consiglio di amministrazione.

L’operazione, neanche troppo celata, è quella di rinominare per egemonizzare una tecnologia e conferirle una rinnovata capacità propulsiva al sistema di imprese statunitensi. Nelle scorse settimane, proprio mentre i titoli in Borsa delle imprese tecnologiche, soprattutto di quelle produttrici di IA, calavano pesantemente, offrendo un assaggio di bolla finanziaria, i vertici delle Big Tech lanciavano allarmi sulla pericolosità di tali strumenti: pericoli addirittura per l’umanità.

Un’operazione che, da una parte, esaltava la potenza indiscutibile di tali tecnologie e, dall’altra, ammantava i loro produttori — gli unici responsabili della realizzazione e della pericolosità di queste tecnologie — di un’attenzione per il mondo e non soltanto per i risultati economici delle proprie imprese.

Insomma, un tentativo di ripulire l’immagine dell’IA che si stava formando nell’opinione pubblica, segnata da una diffusa diffidenza, e di modificare la percezione dei suoi produttori: multimiliardari privi di etica e portatori, in molti casi, di un’idea dispotica e autoritaria del mondo e della società. Quindi, anche un refresh del nome, chiaramente riservato ai prodotti USA: nel racconto trumpiano, quelli cinesi rimangono un’IA pericolosa.

Peccato che in Cina si sia affermato, in via giudiziaria, un limite chiaro al trasferimento sui lavoratori dei costi dell’innovazione: il Tribunale intermedio del popolo di Hangzhou ha ritenuto illegittimo il licenziamento motivato dalla sola sostituzione del personale con sistemi di IA, interpretando in tal senso la vigente legge sui contratti di lavoro. Non si tratta, dunque, di un divieto generale introdotto da una nuova legge, ma di un orientamento applicativo emerso in un caso concreto.

La Cina ha inoltre iniziato a definire regole più stringenti. Il parere del Consiglio di Stato sull’iniziativa “AI Plus” chiede, tra l’altro, di rafforzare la valutazione dei rischi occupazionali connessi all’applicazione dell’IA, orientare le risorse innovative verso gli ambiti con maggiore potenziale di creazione di lavoro e ridurre l’impatto sull’occupazione. Parallelamente, il Ministero della Giustizia ha annunciato un ulteriore sviluppo del quadro legislativo e delle regole giudiziarie in materia. Negli USA, invece, si tende maggiormente ad affidare alle imprese la limitazione dei rischi.

La realtà, però, è che l’operazione trumpiana sull’IA è in assoluta coerenza con i conflitti in corso, avviati o sostenuti dagli USA e da Israele; con la guerra commerciale e i dazi; e con lo strozzamento del resto del mondo sul piano energetico, oggi rilanciato dalla notizia di voler ridurre le esportazioni di diesel.

Non è difficile unire i puntini e vedere che la politica imperialista di Trump si muove lungo quattro vettori:
- Digitale (IA e grandi imprese multinazionali);
- Energia;
- Commercio e produzione industriale;
- Guerra e presidio militare del mondo.

I quattro piani si intersecano: cooperazione tra grandi imprese private, che forniscono anche tecnologia militare; guerre che determinano nuovi equilibri nell’approvvigionamento di gas, petrolio e diesel, come nei casi dell’Iran e del Venezuela; minaccia militare costante verso i Paesi non allineati; guerra commerciale, con dazi e obblighi di investimento e di acquisto di energia e prodotti USA imposti agli “alleati”.

Il patto con le Big Tech si suggella con la firma, ieri, di un ordine esecutivo del presidente, sostanzialmente privo di efficacia, ma tale da costituire un mattone fondamentale nel sistema di potere trumpiano e nella ridefinizione degli equilibri geopolitici mondiali.

In questo quadro si collocano anche l’incontro con Xi Jinping, volto a trovare sintonie sulla “spartizione” del mondo, anche sulla produzione di IA, e il tentativo di blandire Putin senza fermare la guerra — strumento strategico nel disegno trumpiano — mantenendo con lui relazioni commerciali ben più favorevoli di quelle riservate agli alleati europei.

Infine i Paesi europei, considerati alleati deboli da sfruttare sul piano commerciale: un grande mercato, finché regge il sistema sociale ed economico. In questo quadro la Ue, anche sui temi legati alla regolazione dell’IA, mostra una debolezza imbarazzante: procrastina i termini di attuazione della normativa sull’IA, allenta le regole sul trattamento dei dati personali e sulla definizione della pericolosità dei sistemi di IA, e non difende lavoratori e imprese dall’intrusività di tali sistemi e dal rischio occupazionale.

È totalmente assente una governance efficace del fenomeno trasformativo. Un quadro pesante, nel quale l’assenza di una capacità produttiva europea di strumenti di IA pone il sistema dell’Ue in una condizione di forte dipendenza, al pari dell’approvvigionamento energetico. Ne deriva una debolezza sistemica dell’Europa e dell’Italia, accentuata dai limiti posti al commercio con la Cina, dalle sanzioni legate alla guerra in Ucraina e, da ultimo, dalla guerra in Medio Oriente.

La quasi chiusura dello Stretto di Hormuz ha infatti portato i transiti navali quasi a fermarsi, incidendo su una rotta dalla quale passa circa un quarto del commercio mondiale di petrolio via mare e circa un quinto del GNL, con pesanti ricadute anche sull’Italia. Il 40,7% è l’export energetico verso l’Italia italiane proveniente, nel complesso, da 17 Paesi coinvolti in conflitti o situati in aree a rischio, per un valore di 27,6 miliardi di euro nel periodo aprile 2024-marzo 2025, in buona parte transitando da Hormuz.

Alessio De Luca - Responsabile Ufficio progetto lavoro 4.0 della Cgil Nazionale