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I primi 15 anni di GiULiA Giornaliste Unite Libere Autonome sono contemporaneamente tanti e troppo pochi. Tanti per la strada compiuta, troppo pochi per quel che c’è ancora da fare. Tanti per i passi avanti fatti nel modo di raccontare il mondo abitato da donne e uomini e la violenza degli uomini nei confronti delle donne, anche se ancora c’è molta strada da percorrere per rompere stereotipi a cominciare dall’utilizzo del femminile al posto del maschile sovraesteso. Davvero troppo pochi per quanto riguarda la presenza delle donne nel mondo dell’informazione, nelle redazioni e nei luoghi – ormai multimediali e non sempre tradizionali - dove si producono notizie.
Numeri e qualità della presenza delle donne in giornali tv e radio sono stati illustrati da Monica Paiella della Direzione Centrale Studi e Ricerche Inps, grazie a uno studio realizzato proprio per il compleanno di GiULiA celebrato nella Sala Zuccari del Senato con il “regalo” della medaglia del Presidente della Repubblica, che Sergio Mattarella ha conferito al compleanno dell’Associazione. Riconoscimento che ha onorato ed emozionato GiULiA.
Poche donne al lavoro
Le giornaliste sono tante ma fanno molta meno carriera degli uomini e guadagno meno di loro. Questa la sintesi brutale dei numeri, ma con qualche spiraglio positivo. E si parte da un assunto noto: le donne italiane fuori e dentro il mondo dell’informazione lavorano ancora in troppo poche e, nonostante i proclami di Meloni, nulla è stato fatto per aumentare la presenza al lavoro. Sono solo il 53% a fronte del 71% degli uomini, ed è bene ricordare che in Europa l’Italia è fanalino di coda per occupazione femminile, sotto di circa 10 punti percentuali rispetto alla media Ue.
I numeri dell’occupazione giornalistica
Veniamo al mondo dell’informazione. Le giornaliste dipendenti in Italia, nel 2024, sono 7.135, il 43% del totale (16.676), rispetto al 2023 sono aumentate di un punto percentuale ma non perché sono state assunte più donne in redazione, perché molti colleghi maschi sono andati in pensione. E se leggiamo i dati incrociando genere e classi di età scopriamo che il gruppo più numeroso di donne è concentrato nelle due classi di età più alte, tra le 56enni e le 60enni e sopra i 60.
La prima notizia positiva arriva dalla classe di età più bassa: le giornaliste dipendenti entro i 30 anni sono quasi il 48% del totale. Notizia mitigata però dal fatto che questa è la classe di età meno popolata, il totale dei giovani e delle giovani giornaliste è 703. D’altra parte, anche nelle tabelle dell’occupazione fuori dal giornalismo le classi di età più giovani sono quelle meno affollate.
Il differenziale salariale
Anche in questo caso il giornalismo non fa eccezione: le donne sono pagate meno degli uomini. Nel 2024 il gender pay gap si attesta al 14,7%, anche se, è questa un’altra piccola notizia positiva, rispetto al 17,9% del 2022 quel differenziale si è ridotto. Sottolinea, infatti, la dottoressa Paiella: “Il messaggio che arriva da questi numeri è doppio, da un lato si rileva una tendenza alla convergenza, dall’altro però la distanza tra le retribuzioni maschili e quelle femminili è ancora rilevante”.
Chi guadagna meno
Il divario massimo di retribuzione si annida nella classe di età tra i 56 e i 60 anni. E guarda un po’ questa è la classe di età – lo dicevamo – dove si concentra il maggior numero di giornaliste. Tra loro il gender pay gap raggiunge, nel 2024, il 16%. Anche in questo caso due piccole notizie positive: la prima, che sopra i 60 anni il divario salariale si riduce al 6,8%, ma qui ci sono solo il 33% di donne. Meglio, davvero meglio, va alle giovani, sotto i 30 le colleghe guadagnano un po’ più degli uomini: più 5,3% rispetto ai colleghi. Peccato che le loro retribuzioni siano davvero basse per tutti e tutte, non arrivano ai 20mila euro l’anno (18.654 per gli uomini, 19.700 per le donne).
Le cause del divario
La dottoressa Paiella è netta: “Le donne sono meno presenti in posizioni apicali, non è affatto rotto il soffitto di cristallo e, soprattutto, a parità di condizione tendono a essere pagate meno. Una vera e propria discriminazione”. Ma spulciando tra dati e numeri scorgiamo un’ulteriore ragione del gender pay gap nelle redazioni: “Le donne sono il 42,4% degli occupati, ma quasi la metà dei lavoratori è a termine”. Se non è discriminazione questa. Nota metodologica: in questi conteggi non vi sono le freelance, i collaboratori e le collaboratrici autonome.
Stereotipi e discriminazioni
GiULiA è nata nel 2011, anno spartiacque nella storia dei femminismi contemporanei, fu l’anno della grande manifestazione di Piazza del Popolo, quella che vide sul palco da Susanna Camusso a Flavia Perina, da Cristina Comencini a Giulia Bongiorno, da Alessandra Bocchetti a suor Eugenia Bonetti passando per Angela Finocchiaro, Lunetta Savino, Isabella Ragonese. Due i piani di intervento dell’Associazione: la rappresentazione delle donne nei media e la condizione delle donne che nell’informazione lavorano.
I numeri raccontati da Paiella ci dicono che i prossimi 15 anni di vita di GiULiA saranno faticosi. Prima di tutto perché quella che viviamo è la stagione della prima donna a Palazzo Chigi e dell’arretramento dei diritti e delle libertà femminili. In secondo luogo, ma intrecciato al primo, molto c’è da fare non solo per modificare il racconto delle donne che è troppo spesso tornato a essere condizionato da stereotipi, ma anche per cambiare la condizione delle donne che giornali e tg li fanno. Sono quasi la metà di quanti lavorano nel mondo dell’informazione, sono solo il 33% tra quelli che guadagnano di più, e sono solo il 15,8% di quanti siedono dietro la scrivania da direttore.
































