Il cracking di Brindisi sarà venduto. Una mossa che arriva dopo mesi di pressioni e che riapre una partita rimasta troppo a lungo sospesa. Eni ha annunciato al ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, di aver avviato la selezione di un advisor internazionale che avrà il compito di individuare un soggetto industriale interessato a rilevare le attività di cracking poste in conservazione. L'advisor, a quanto filtra dal Ministero, potrebbe essere Jp Morgan.

La notizia è stata accolta con cautela dalla Cgil. Non basta il passaggio tecnico. Serve un progetto industriale vero, capace di evitare lo smantellamento della chimica di base e di dare un futuro a un intero territorio.

Le parole del segretario generale Massimo Di Cesare e del Coordinamento Industria Cgil Brindisi sono affidate a un comunicato: "Se l’operazione servirà davvero a mantenere in Italia la produzione di base, allora può essere un segnale positivo. Ma il rischio opposto resta sul tavolo, ed è quello di una cessione che svuoti il sito pezzo dopo pezzo".

Il ruolo di Eni Versalis e la filiera a rischio

Per mesi la struttura territoriale ha sollecitato il ministero delle Imprese e del made in Italy, insieme alla Regione Puglia e alla Prefettura, chiedendo di evitare la chiusura definitiva del sito. L’obiettivo era chiaro: trovare operatori internazionali disposti a investire e rilanciare la chimica.

Ora che Eni e Governo hanno mosso un passo, il sindacato alza il livello della richiesta. Non si tratta solo di vendere un impianto, ma di tenere insieme un ecosistema industriale complesso. Nella partita rientrano anche realtà come Basell e Chemgas, esposte al rischio di un effetto domino se dovessero venire meno servizi essenziali e utilities condivise.

Gigafactory e transizione green: la posta in gioco

Dentro questa vertenza si gioca qualcosa che va oltre la sopravvivenza di un sito produttivo. La Cgil insiste su un punto preciso: il progetto della Gigafactory non deve essere accantonato. Anzi, deve diventare uno dei pilastri della riconversione.

La transizione ecologica, per il sindacato, non può tradursi in perdita di lavoro. Deve invece rappresentare l’occasione per rilanciare il polo industriale in chiave green, mantenendo livelli occupazionali e salari. Senza questa prospettiva, la vendita rischia di trasformarsi in un semplice disimpegno industriale.

Tavolo al 25 giugno, ma i tempi non tornano

La convocazione del tavolo ministeriale fissata per il 25 giugno viene considerata un passaggio necessario, ma troppo lontano rispetto all’urgenza della situazione. Il tempo industriale non coincide con quello istituzionale, e nel frattempo le aziende continuano a operare in un quadro di incertezza.

In questo contesto, il sindacato torna a chiedere un monitoraggio immediato attraverso la Prefettura, già sollecitata più volte. Una sede intermedia che può servire a tenere sotto controllo l’evoluzione della crisi e a evitare decisioni irreversibili prese senza confronto.

Un equilibrio fragile tra industria e territorio

La vertenza del petrolchimico di Brindisi mette insieme interessi diversi, spesso in tensione: produzione, ambiente, occupazione, investimenti. La Cgil prova a tenere insieme questi piani, indicando una direzione che passa da un rilancio industriale e non da una ritirata.

In questo scenario, il ruolo della Regione diventa decisivo per ricomporre un fronte territoriale che tenga dentro lavoratori, imprese e istituzioni. Perché la partita non riguarda solo un impianto, ma il futuro industriale di un’intera area che non può permettersi di restare appesa a una vendita.