PHOTO
Giornalisti e lavoratori della comunicazione. Di questo si parla oggi, 13 luglio, al convegno “Non è passione , è lavoro: freelance, giornalisti e lavoratori della comunicazione, professionisti ma sfruttati”, in programma ad Ancona, all’H3 Coworking, promosso da Cgil, Nidil Cgil, Slc Cgil e Sigim, il sindacato giornalisti marchigiani.
La distinzione è netta: i giornalisti, professionisti e pubblicisti, sono coloro iscritti all’Ordine dei Giornalisti che raccolgono, verificano ed elaborano informazioni di interesse pubblico per testate registrate, operano nell’ambito dell’informazione e, in teoria, dovrebbero essere inquadrati con il contratto di categoria.
E poi ci sono gli altri, un’ampia area di professioni della comunicazione come social media manager, web content creator, figure delle agenzie di Pr, che, pur utilizzando gli stessi strumenti come scrittura, video, gestione dei social, svolgono attività diverse: promozione, branding, cura dell’immagine e delle relazioni esterne. Queste figure sono in genere inquadrate con altri contratti o come freelance. Il riferimento è anche a giornalisti delle redazioni on line, tv private, radio e i tecnici.
Nelle Marche, dove prevalgono microimprese e pmi, le agenzie locali tendono a non stabilizzare queste professionalità preferendo collaborazioni esterne per contenere i costi fissi. Di qui, la necessità di chiarire ruoli e confini.
“Il nostro obiettivo è parlare del lavoro in questi settori sempre più fondamentali nella comunicazione politica, delle imprese e delle organizzazioni di tendenza – dichiara Giuseppe Santarelli, segretario generale Cgil Marche –. Quelli che dovrebbero garantire la libertà d’informazione sono spesso i più sfruttati e quindi meno liberi di esercitare il loro lavoro in piena libertà. Questo è un grande problema di democrazia”. Ci sono, prosegue, “direttori pagati lautamente e inviati sfruttati a 3-5-8 euro lordi a pezzo. Così come tante figure nei settori della comunicazione, che hanno una grande professionalità ma non viene riconosciuta economicamente”.
I dati: i giovani sono pochi, pagati poco e sempre più scoraggiati
Il quadro occupazionale è chiaro: nel 2019 l’Inpgi censiva 15 mila giornalisti dipendenti e 44 mila autonomi. I giovani sono pochi, pagati poco e sempre più scoraggiati. Secondo Agcom, gli under 40 sono scesi dal 53% del 2000 al 30% del 2018; solo il 28% degli under 35 supera i 20 mila euro l’anno, contro il 57% degli over 55. La chiusura delle redazioni ai nuovi ingressi, la precarietà cronica e compensi ai limiti della sopravvivenza incidono anche sulla salute mentale: un sondaggio citato da IrpiMedia su 558 giornalisti registra livelli altissimi di stress, ansia, insonnia, burnout e depressione, con compensi bassi e reperibilità continua tra le cause principali.
A complicare ulteriormente il quadro arriva l’intelligenza artificiale che sta sostituendo almeno in parte il lavoro redazionale: a fine 2024 gli articoli generati da macchine hanno superato per la prima volta quelli scritti da persone.
“I numeri di Agcom – dichiara Piergiorgio Severini, segretario regionale Sigim, il sindacato dei giornalisti marchigiani – ci dicono che non siamo davanti a una semplice congiuntura, ma a una crisi strutturale del sistema editoriale. In pochi anni, dal 2020 al 2024, le vendite dei quotidiani nazionali sono crollate del 15%, quelle locali di oltre il 25%: è saltato il vecchio modello basato su copie e pubblicità, ma non è mai stato costruito seriamente un nuovo equilibrio. Gli editori hanno rincorso il digitale in ritardo e senza una vera strategia, limitandosi a portare sul web quello che facevano sulla carta, mentre nel frattempo si tagliavano redazioni e compensi ai collaboratori. Il risultato è che oggi reggiamo l’informazione con una forza lavoro povera e stremata”.
Severini sottolinea come la transizione digitale, gestita “quasi sempre come un’operazione di risparmio e non di investimento”, abbia prodotto un esercito di autonomi sottopagati, pochi giovani stabilizzati e una diffusione preoccupante di stress. “In questo quadro – aggiunge – l’arrivo massiccio dell’intelligenza artificiale rischia di essere il colpo di grazia: se la risposta alla crisi è sostituire lavoro umano con articoli generati dalle macchine, senza regole, tutele e nuovi modelli occupazionali, non solo mettiamo a rischio centinaia di posti di lavoro, ma indeboliamo ulteriormente la qualità e l’indipendenza dell’informazione. Come sindacato chiediamo che l’innovazione sia governata e non subita: servono nuove politiche industriali per l’editoria, contrattazione sull’uso dell’Ia, tutele per i freelance e un serio piano di ingresso per le nuove generazioni, perché senza lavoro dignitoso non esiste informazione libera”.






















