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Tempesta giudiziaria sull’ex Ilva. La Procura di Taranto ha chiesto gli arresti domiciliari per l’ex amministratore delegato (al tempo della gestione ArcelorMittal, dall'autunno 2019 al febbraio 2024) di Acciaierie d'Italia Lucia Morselli e dell'ex direttore dell'Area Ambiente ed ex direttore di stabilimento Alessandro Labile.
L'inchiesta tarantina abbraccia la gestione 2019-2024. Sono indagate cinque società e 28 persone fisiche. Chiesti gli arresti domiciliari anche per Francesco Astorri, responsabile del gruppo ispettivo dell'Ispra, l'Istituto delegato dal ministero dell'Ambiente a controllare l'osservanza delle prescrizioni Aia (Autorizzazione integrata ambientale) da parte di Acciaierie d'Italia.
I reati ipotizzati vanno dal disastro ambientale alla truffa aggravata sulle quote Co2, all’omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro falso, fino all'associazione per delinquere e alla corruzione. Secondo l'accusa, la conduzione del siderurgico sarebbe stata orientata a “massimizzare i profitti e ridurre al minimo indispensabile i costi e le spese derivanti dalla gestione dello stabilimento”. Il gip Francesco Maccagnano ha fissato al 3 novembre l'interrogatorio preventivo.
Le persone per le quali la Procura ha avanzato richieste cautelari sono 13. Oltre alle tre richieste di arresti domiciliari, sono state chieste misure interdittive per l'ex direttore del siderurgico di Taranto Vincenzo Dimastromatteo e per l'ex direttore Finanze e Tesoreria dell'azienda Antonio Mura. Sono inoltre indagati a piede libero Franco Bernabè (ex presidente Cda di Acciaierie d'Italia), Aditya Mittal (ceo di ArcelorMittal e figlio del patron della multinazionale) e Otradovec Ondra (componente del cda di Acciaierie d’Italia).
Le accuse
Il sodalizio è accusato di aver provocato l'inquinamento dell'aria nel quartiere Tamburi con aumenti significativi e progressivi di benzene prodotti dalle emissioni dello stabilimento con conseguente disastro ambientale. Sono avvenuti inoltre incidenti sui luoghi di lavoro, perché si sarebbe omesso di effettuare le necessarie manutenzioni ordinarie e straordinarie sugli impianti e i macchinari (quali la rete di distribuzione del gas coke, inverter/cuscinetti delle macchine sollevatrici e caricatrici, altoforni).
Secondo l'accusa, sarebbero state eseguite riparazioni e sostituzioni con pezzi di ricambio non idonei (ad esempio i tiranti per i binari della rete ferroviaria), e dismessi impianti indispensabili per prevenire emissioni nocive ed eventi pericolosi per i lavoratori, portando a un aumento dell'impiego di gas coke autoprodotto contenente benzene.
Altro filone delle contestazioni riguarda i controlli e gli esiti delle ispezioni sull'Autorizzazione integrata ambientale a favore dell'azienda. Per quanto riguarda le quote di Co2, secondo la Procura, l'azienda avrebbe conseguito un profitto ritenuto ingiusto di 342.435.323,36 euro ai danni dell'Unione Europea, attraverso false dichiarazioni e con il beneplacito di funzionari pubblici.






















