L’autunno della moda italiana si apre con vendite in calo, aziende che cercano una via d’uscita dalla crisi e centinaia di posti di lavoro in bilico. Il rallentamento dei consumi non riguarda soltanto i negozi: le difficoltà attraversano in particolare le reti di piccole imprese che lavorano per i grandi marchi. Da San Giovanni in Marignano al Veneziano, passando per Milano, Arezzo, Prato e Pistoia le vertenze raccontano un settore in trasformazione, nel quale i risultati positivi di alcuni gruppi convivono con la crescente fragilità di una parte del sistema manifatturiero.

A fotografare le difficoltà del settore è il monitoraggio relativo a settembre di Federazione Moda Italia-Confcommercio: il valore delle vendite al dettaglio è diminuito del 4,7% rispetto allo stesso mese del 2025. Il 48% delle imprese coinvolte nell’indagine segnala una flessione, mentre il 38% registra vendite stabili e solo il 14% un aumento. Un quadro nel quale pesano la debolezza dei consumi, l’aumento dei costi energetici e dei trasporti e le difficoltà delle famiglie a sostenere gli acquisti.

La domanda rallenta e le conseguenze si trasferiscono lungo la catena produttiva: meno ordini, minore utilizzo degli impianti, ricorso agli ammortizzatori sociali e, nei casi più gravi, chiusure e licenziamenti. A essere esposte sono soprattutto le realtà manifatturiere più piccole, spesso dipendenti dalle commesse dei grandi marchi e con minori possibilità di assorbire le oscillazioni del mercato.

Il distretto riminese tra debiti e piani di salvataggio

È emblematico quanto sta accadendo nel Riminese, dove tre aziende storiche del settore moda affrontano percorsi differenti, ma accomunati dall’incertezza sul futuro produttivo e occupazionale.

La novità più recente riguarda Gilmar, la società della famiglia Gerani che produce e distribuisce marchi come Iceberg, N°21 e Paolo Pecora. L’azienda ha avviato la composizione negoziata della crisi e chiesto al Tribunale di Rimini misure protettive nei confronti dei creditori. L’esposizione debitoria ammontava a 37,2 milioni di euro al 31 luglio 2026; l’udienza è fissata per il 24 novembre.

Gilmar conta 256 dipendenti diretti e un indotto di circa 160 laboratori e piccole imprese. Il piano di risanamento prospettato comprende la vendita dell’attività produttiva conto terzi, l’uscita progressiva dalle attività legate alle licenze e la cessione dello stabilimento di San Giovanni in Marignano. Le ipotesi di salvaguardia occupazionale riguardano una parte dei lavoratori: resta da capire quale sarà il perimetro industriale che potrà continuare a operare e quali garanzie saranno offerte a chi lavora nell’azienda e nella filiera.

Anche Aeffe, il gruppo proprietario di marchi come Moschino e Alberta Ferretti, è impegnato nella ricerca di una soluzione. Il Tribunale di Bologna ha concesso tempo fino al 9 dicembre per presentare il piano di ristrutturazione, mentre prosegue il percorso per individuare le condizioni che consentano di rilanciare le attività italiane del gruppo e di Pollini.

Sul tavolo c’è un’offerta di circa 115 milioni di euro riconducibile al fondo Oxy Capital, con un progetto che prevede società distinte per Moschino, Alberta Ferretti e Pollini. Restano da sciogliere nodi finanziari e industriali, compreso il finanziamento ponte da 7 milioni. Sul fronte del lavoro è ancora aperto il confronto sulla cassa integrazione straordinaria per 389 dipendenti, 289 a Rimini e 100 a Milano. Il punto decisivo sarà tradurre le ipotesi di riorganizzazione in un progetto industriale capace di garantire continuità produttiva e occupazione.

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Più difficile appare la prospettiva di Fuzzi, altra realtà di San Giovanni in Marignano, entrata in concordato semplificato. La procedura, registrata l’8 ottobre al Tribunale di Rimini, è finalizzata alla liquidazione del patrimonio.

Nel Veneziano chiusure e posti di lavoro a rischio

La crisi non risparmia il Veneto. Alla Cavarzere Jeans, la chiusura dell’attività ha lasciato senza prospettive 25 lavoratrici. La proprietà ha comunicato la cessazione in modo improvviso al termine di un turno di lavoro, chiedendo alle operaie di firmare le lettere di licenziamento per cessata attività.

La vertenza si inserisce in una sequenza di stop aziendali che negli ultimi anni ha impoverito il tessuto produttivo locale. Il sindacato ha chiesto chiarezza sulle modalità con cui avvengono alcune chiusure, ricordando che in precedenti vicende nuove società sono subentrate mantenendo gli stessi clienti e le stesse commesse.

Il problema non riguarda solo la perdita del posto di lavoro, ma anche il rischio che professionalità e competenze vengano disperse senza un progetto di continuità produttiva. In questi casi è necessario verificare le condizioni delle cessazioni e degli eventuali subentri, affinché la riorganizzazione delle attività non si traduca in una sistematica perdita di diritti e tutele.

Sempre nel Veneziano, a Fossò, la situazione della Him.Co Industry mostra quanto sia esposto il comparto delle calzature di lusso. L’azienda, specializzata nella produzione per grandi marchi, è passata da oltre 200 dipendenti prima della pandemia a 87 lavoratori secondo i dati comunicati dalla Regione Veneto il 14 ottobre scorso. Dopo mesi di cassa integrazione, la società ha reso note le prospettive di chiusura.

La Regione ha riferito che sono in corso interlocuzioni con un potenziale acquirente. L’obiettivo è individuare un soggetto disposto a subentrare e garantire la prosecuzione delle attività. Per i lavoratori la differenza è sostanziale: salvare lo stabilimento significa preservare non soltanto l’occupazione diretta, ma anche un patrimonio di professionalità costruito in sessant’anni di attività.

Arezzo, quattro tavoli di crisi e nuove incertezze

Anche il territorio aretino restituisce un quadro contraddittorio. Accanto a grandi gruppi che mostrano risultati positivi, come Prada e Zegna, ci sono imprese che riducono le attività, registrano incertezze sugli ordinativi o devono affrontare procedure di crisi. È quanto sottolinea la Filctem Cgil Arezzo, indicando la presenza di almeno quattro tavoli aperti presso l’Unità di crisi della Regione Toscana, ai quali potrebbero aggiungersene altri.

La tenuta delle aziende più solide non cancella, dunque, le difficoltà delle realtà più fragili. Il problema riguarda anche l’indotto e le piccole e medie imprese che concorrono in maniera fondamentale alla produzione. Per la Filctem, la continuità occupazionale, la qualità del lavoro e la salvaguardia delle competenze devono rimanere al centro delle scelte industriali.

I numeri aiutano a comprendere la dimensione del problema. Secondo i dati diffusi da Cna Arezzo nel giugno 2026, tra il 2022 e il 2025 la provincia ha perso 268 imprese tra tessile, abbigliamento, calzature e pelletteria. Nello stesso periodo è cresciuto anche il ricorso agli ammortizzatori sociali: le richieste al fondo destinato alle imprese artigiane sono aumentate del 66% nel primo trimestre 2026 rispetto all’ultimo trimestre del 2025.

Prato, la crisi attraversa la filiera

Anche Prato, uno dei principali distretti tessili italiani, segnala una contrazione del tessuto produttivo. Secondo i dati diffusi a ottobre da Ebret, l’Ente Bilaterale dell’Artigianato Toscano, tra maggio 2025 e maggio 2026 la provincia ha perso 241 imprese artigiane, 200 delle quali appartenenti al settore tessile, abbigliamento e calzature. A Pistoia le imprese artigiane diminuite nello stesso periodo sono 97, di cui 37 nella moda. A livello regionale, la perdita è di 1.248 imprese artigiane e 7.919 addetti.

Nel distretto pratese, intanto, si sta consumando la crisi del Lanificio Mario Bellucci: l’organico è passato da trenta a venti dipendenti e il contratto di solidarietà scadrà tra pochi giorni. Azienda e sindacati devono individuare gli strumenti per affrontare la fase successiva, tra proroga della solidarietà e possibile ricorso alla cassa integrazione straordinaria. Anche qui la questione è mantenere in attività una produzione che custodisce competenze difficilmente recuperabili una volta disperse.

Milano: meno export e meno imprese

A Milano, i dati elaborati dalla Camera del lavoro metropolitana sulla base delle rilevazioni della Camera di commercio indicano che l’export del sistema moda, comprendente tessile, abbigliamento e pelletteria, è passato da oltre 3 miliardi di euro nel primo trimestre 2023 a meno di 2,3 miliardi nello stesso periodo del 2026. La contrazione è del 23,3% in tre anni.

Nello stesso arco temporale si è ridotto il numero delle imprese: meno 23,3% nel tessile, meno 19,7% nell’abbigliamento e meno 17% nella pelletteria. La trasformazione investe anche il lavoro, con una redistribuzione degli addetti tra i comparti e una crescente concentrazione delle attività. 

Per il sindacato, la sfida è impedire che la contrazione del mercato si trasformi in un ridimensionamento irreversibile della manifattura italiana. Servono politiche industriali capaci di sostenere gli investimenti, difendere le filiere e vincolare i processi di ristrutturazione a impegni verificabili sull’occupazione.