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Potrebbe trattarsi quasi di una breaking news, vista la poca rilevanza data in queste settimane alle manifestazioni studentesche organizzate nel Sud della Penisola, eppure è così: anche nell’altra parte d’Italia ci sono degli studenti. Esistono, sono vivi e attivi, scendono nelle strade e nelle piazze delle loro meravigliose città, rivendicando diritti ben precisi; soltanto negli ultimi giorni si sono registrati numerosi e partecipati cortei a Napoli, Bari, Palermo, per citare i maggiori, oltre a tante realtà di provincia; ma tutto è rimasto ai margini della cronaca, nelle migliori delle ipotesi.
Naturalmente le differenze con l’altra Italia ci sono, e sono soprattutto di carattere territoriale, dovute a insediamenti da parte di immigrati in determinate zone del Nord: nelle periferie di capoluoghi di regione come Milano e Torino, dove la protesta ha assunto spiccate forme di violenza, in molte circostanze ci troviamo di fronte a tipologie di insediamenti simili a quelle che in alcuni arrondissement di Parigi vengono definite banlieues, abitate prevalentemente da famiglie di origine nord africana, o dell’Africa occidentale confuse ad altre provenienze, dal Sud delle Americhe all’est europeo.
Qui vive la maggioranza dei minorenni che ha assaltato e distrutto le vetrine dei negozi di abbigliamento, a caccia di marchi che li rendano finalmente visibili; giovanissimi tra gli undici e quindici anni, che però poco hanno da spartire con l’attuale movimento studentesco con cui sono comunque entrati in contatto, anche perché il tasso di abbandono scolastico tra loro è piuttosto elevato rispetto alla media nazionale: un problema (un grosso problema) condiviso con parecchie scuole del Sud Italia ma che sembra interessare poco chiunque, a cominciare dagli inquilini del ministero di Viale Trastevere, meglio concentrati nello scovare il tasso di alunni stranieri nelle nostre classi, e se dotati più o meno di burqa.
Al Sud tutto questo si avverte meno, forse anche perché, come ha chiosato al telefono uno studente con la consueta, scanzonata, disincantata, tipica allegria locale, “noi siamo un’immensa banlieue da quando siamo nati”. Senza tornare per l’ennesima volta, ancora una volta a vuoto, sul tema di una “questione meridionale” che ci accompagna già prima del 17 marzo 1861, basti dire come nel meridione d’Italia, in un certo meridione d’Italia, alcune vicende e questioni vengano storicamente, forzatamente, vissute in maniera diversa.
Ci ritroviamo così queste piazze piene, rumorose, colorate da slogan e bandiere, compresi molti tricolori, che non vogliono riferirsi a un’ideologia precisa quanto a un’appartenenza, a un’Italia perduta non per colpa degli immigrati, ma per le responsabilità di chi, per esempio, non molto tempo fa tra gli scranni del Parlamento del tricolore faceva un uso non propriamente ortodosso, salvo poi compiere un giro di 360 gradi nello spazio di pochi anni, tanto la memoria del popolino è breve, e la coerenza non è più di questo mondo. I tricolori di questi studenti si mescolano invece ad altri e vari vessilli, l’uno fianco all’altro, come a ricordare che se di razze dobbiamo parlare, loro si riconoscono in una razza sola.
Tutto questo sta accadendo a Napoli, a Bari, a Palermo, ma anche a Reggio Calabria, ad Afragola, Andria, Barletta, Messina, in molti casi incrociando la protesta di lavoratori soffocati dal costo della vita, o di pensionati che escono dalle case verso le strade non solo per controllare i nipoti, ma già che ci sono per ricordare che con le pensioni che arrivano a fine mese, a fine mese non ci arrivano più.
Il tutto si svolge pacificamente, serenamente, consapevolmente, regalando anche momenti toccanti, di cui si sono resi protagonisti le voci degli studenti della Basilicata, miracolosamente intervistati, quando hanno rivendicato il desiderio di non voler lasciare la loro terra per costruire il proprio futuro; o quei poliziotti che a Napoli hanno tolto il casco mettendosi alla testa del corteo, sostenuti dal lungo applauso dei partecipanti.
L’Italia è anche, se non soprattutto, questa, ma l’ordine da seguire sembra quello di oscurarla.






















