Il video integrale della relazione

“La nostra è una storia plurale, una storia di convergenze, di scelte di coalizzarsi, di unione di uomini e donne”. L’idea originale della Fiom Cgil è sempre stata questa, fin dalla sua fondazione nel 1901: una storia “di cambiamento determinato dalla sua composizione sociale”, una storia “di ricerca di autonomia e indipendenza”.

È con queste immagini che il segretario generale Michele De Palma ha aperto oggi (giovedì 16 febbraio) a Padova il XXVIII congresso della categoria. Una relazione che ha unito memoria e analisi del presente, valori e prassi sindacale. Una lunga riflessione sull’Italia e il suo destino, con l’obiettivo di rimettere “al centro del dibattito pubblico del Paese quelli che per vivere devono lavorare”.

Con un grande obiettivo: riunire, unificare, rimettere insieme. “Dobbiamo rompere la condizione di solitudine che lascia spazio solo a disperazione, rabbia e violenza”, ha detto in conclusione: “Abbiamo la necessità di mettere a disposizione tutta la nostra forza, tutta la nostra intelligenza e tutta la capacità che abbiamo di saper essere la Fiom, di continuare ancora a produrre il futuro”.

La destra al governo

La destra ha una chiara insofferenza alla Costituzione repubblicana. Ha l’obiettivo di superare gli equilibri istituzionali costruiti con la Resistenza, per stravolgere con il presidenzialismo la dialettica democratica che si esprime non solo nelle istituzioni, a partire dal Parlamento, ma anche nella società e nelle sue organizzazioni sociali, a partire dal sindacato con la sua valenza generale.

Le iniziative del governo tendono a dividere, come con la legge sull’autonomia differenziata. Mentre in tv parlano di nazione unita, realizzano norme che cancellano i diritti dei cittadini in qualsiasi parte del Paese vivano. Sono passi che vanno dritti verso una differenziazione che crea discriminazione di cittadinanza, fino a quella salariale, prima per i dipendenti pubblici e in prospettiva per i privati, con il rischio che sia messa in discussione la contrattazione collettiva nazionale.

Un sindacato europeo

Viviamo un tempo feroce, duro: abbiamo bisogno di porci l’obiettivo di un sindacato europeo. Di un’organizzazione dei lavoratori che non abbia una natura solo informativa e coordinativa, ma che diventi un soggetto contrattuale. Perché non esiste l’Europa senza salari comuni, senza un sistema fiscale comune, senza una politica industriale ed energetica europea con al centro la difesa dell’occupazione e l’equilibrio ecologico.

Noi non possiamo avere soltanto Comitati aziendali europei in cui le imprese comunicano quello che hanno già deciso, ma dobbiamo provare a fare un salto di qualità per evitare che le lavoratrici e i lavoratori nei singoli Paesi siano messi in competizione tra loro. Dobbiamo provare a fare una proposta agli altri sindacati europei, a partire da quelli italiani.

La centralità dell’industria

Per tornare a una centralità dell’industria, con la grande capacità d’innovazione che abbiamo alle spalle, oggi è necessario rafforzare e dare stabilità al nostro sistema industriale. Un sistema la cui fragilità è data sia dalla prevalenza d'imprese di piccole dimensioni e sottocapitalizzate sia dalla precarietà del lavoro, che negli ultimi anni è cresciuto molto nelle aziende metalmeccaniche, mentre anche gli investimenti hanno bisogno di lavoro stabile.

Dimensione d’impresa e stabilità del lavoro sono il terreno di sfida con le imprese per la crescita del nostro sistema industriale. Penso al ruolo che potrebbero avere sulla crescita di dimensione d’impresa e occupazionale Cassa depositi e prestiti, Invitalia, ma anche il nostro Fondo Cometa. E penso alla possibilità - garantendo il rendimento pensionistico – che una parte di quelle risorse possano essere utilizzate per potenziare il sistema industriale, con lo strumento contrattuale dell’Osservatorio sull’industria metalmeccanica per decidere gli elementi comuni da discutere col governo.

Un "sindacato dell'industria"

Se pensiamo al futuro, e pensiamo all’industria, noi non possiamo più pensare di spacchettare, ma dobbiamo pensare di riunificare. È possibile pensare l’industria senza l’energia? È possibile pensare l’industria dell’energia senza chi produce i mezzi di produzione per la generazione di energia? Noi non possiamo essere divisi rispetto a una verticalizzazione dei processi industriali.

Dobbiamo quindi riprendere una discussione - nella nostra categoria e a livello confederale e di altre categorie - sulla necessità di riproporre l’obiettivo del “sindacato dell’industria”. Una politica pubblica industriale non può essere per i metalmeccanici a discapito dei chimici o di chi lavora nei servizi, e viceversa. Impedendo così che le imprese - frammentando l’organizzazione del lavoro - determinino una catena produttiva inafferrabile per tutti, sconosciuta, perché nessuno ha il processo complessivo sia nella generazione del valore sia nella realizzazione del prodotto o del servizio.

Il contratto dei metalmeccanici

Noi abbiamo rinnovato il ccnl recuperando, in parte, anni in cui i salari avevano perso potere d’acquisto. L’obiettivo, per il prossimo contratto nazionale, è andare oltre l’andamento dell’inflazione, depurato degli elementi energetici, ammesso che possa essere ancora ritenuto l’unico riferimento. Non si può tornare indietro: bisogna superare ciò che è riconosciuto solo rispetto all’Ipca a fronte dell’inflazione.

Nel contratto è stata anche condivisa una clausola di salvaguardia che ha in parte tutelato il potere d’acquisto, considerato che l’inflazione reale ha superato quella programmata. A giugno avremo così un aumento contrattuale che, se l’andamento verrà confermato, si attesterà, al quinto livello, oltre gli 80 euro. Un aumento significativo rispetto al passato, e anche rispetto ai contratti del pubblico impiego e del settore privato.

L’orario di lavoro

Nel corso degli anni, con la contrattazione di secondo livello, abbiamo operato, dove c’è stato un maggior utilizzo degli impianti, per ridurre gli orari e aumentare l’occupazione, stabilizzando i precari. Con il ccnl, inoltre, abbiamo favorito un rapporto tra tempo di lavoro e tempo della formazione. In questi anni anche gli interventi pubblici che hanno sviluppato la digitalizzazione hanno favorito la produttività: quella produttività ora deve essere redistribuita anche in termini di tempo.

Non possono essere sempre gli operai a pagare l’aumento dell’orario: rimodulare, ridurre, conciliare vita e lavoro è un fatto di civiltà anche per le giovani generazioni. In una situazione di parcellizzazione del mondo del lavoro questo può portare ognuno a decidere per sé: noi invece dobbiamo unificare e far diventare questi bisogni una proposta contrattuale unitaria. Dobbiamo costruire un’armonia nella relazione tra luogo di lavoro, tempo di lavoro e condizione delle persone, per evitare un’ulteriore frammentazione delle condizioni di lavoro.

Tamara Casula

Salute e sicurezza

Il nostro contratto nazionale individua una serie di strumenti che devono essere usati nelle dinamiche aziendali. Ma in un mondo in cui la manutenzione riesce a prevenire il guasto di una macchina, come è possibile, invece, che non ci sia un sistema predittivo per impedire i rischi degli incidenti e delle morti sui luoghi di lavoro, i rischi delle malattie professionali?

Credo sia impensabile che nel 2023 possano ancora esserci ragazzi che nel corso della loro attività scolastica finiscono in un’azienda, obbligati da una legge che andrebbe cancellata, e morire senza nemmeno sapere se siano lavoratori o studenti. La formazione è perciò fondamentale, ma non una formazione dedita esclusivamente alla specializzazione della prestazione lavorativa. La storia dei metalmeccanici, come insegna la conquista delle 150 ore, è la storia di coloro che imparano a imparare.

Il lavoro “atipico”

Il mondo del lavoro cosiddetto “atipico”, in realtà, sta diventando sempre più tipico. A che livello siamo arrivati se l’agenzia Adecco pubblicizza lo staff leasing perché così si abbatte la soglia numerica per l’obbligo all’assunzione di “categorie protette”? È necessario intervenire sulle leggi, come si è fatto in Spagna, ma è indispensabile intervenire anche contrattualmente.

Noi dobbiamo darci l’obiettivo di stabilizzare i lavoratori. Che vuol dire superare i limiti dentro i quali siamo e ragionare, invece, con quelli che entrano dentro i cancelli delle nostre aziende, che lavorano nella logistica o nei servizi. Valorizzare il contratto nazionale vuol dire promuoverlo nella catena della filiera. Non è possibile che una grande azienda, per ridurre il costo del lavoro, utilizzi invece aziende che ricorrono a contratti che fanno dumping al ccnl dei metalmeccanici.

Salario minimo e reddito di cittadinanza

Il salario minimo rappresentato dall’erga omnes dei contratti nazionali va integrato dal riconoscimento di una soglia sotto cui neanche la contrattazione può andare. Va dunque abolito l’articolo 8 del ‘decreto Sacconi’ del 2011, perché a nessuno deve essere data la possibilità di derogare ai diritti individuali delle persone. Introdurre il salario minimo nel nostro Paese significa liberare le persone dal ricatto, offrire uno strumento per poter dire di ‘no’ e conquistare una condizione migliore, vivibile. Soprattutto in un Paese con un’alta disoccupazione involontaria, in particolare nel Mezzogiorno.

Contemporaneamente dobbiamo difendere e migliorare - favorendo l’incontro tra domanda e offerta di lavoro - il reddito di cittadinanza, come strumento che impedisce di poter sottopagare e abbassare il costo del lavoro. Uno strumento che evita di essere ricattati, di dover accettare che un lavoro purchessia diventi una condizione di vita. Perché il problema del reddito non riguarda soltanto la cittadinanza, ma immediatamente anche il tema del lavoro in quanto tale.

L’organizzazione

Sono troppo pochi i migranti presenti in quest’Assemblea, troppo poche le donne, troppo pochi i giovani: un’organizzazione in cui aumenta l’età media fa fatica ad avere un futuro. È necessario un investimento straordinario sulla ricerca di una relazione con gli Istituti tecnici commerciali, gli Istituti professionali, le università, perché spesso i ragazzi non hanno neanche idea del fatto che esiste il sindacato.

Ma non si cambia perché decidiamo noi di cambiare: cambiamo se dentro la nostra organizzazione entrano nuovi soggetti, nuovi punti di vista, nuovi pensieri. Le nuove generazioni devono avere l’opportunità di trovare spazio nella nostra organizzazione, quando decidiamo di eleggere le nuove Rsu, quando componiamo i nostri Direttivi, quando decidiamo i distacchi per i funzionari nelle aziende. Analogo discorso vale per i migranti: ci portano un punto di vista diverso e alternativo di culture, di storie, perché nella nostra organizzazione dobbiamo imparare anche dalle differenze.

Lo scenario internazionale

La guerra ci sta esplodendo tutto intorno: da quella in Ucraina, invasa dalla Russia, ai conflitti nella parte meridionale del Mediterraneo. Abbiamo poi l’instabilità dei Balcani che sta riguardando anche il confine tra la Serbia e il Kosovo, la situazione drammatica del popolo palestinese, e quella dei curdi. E poi la guerra ai migranti, con l’Europa che pensa di costruire muraglie.

In questa situazione abbiamo bisogno di allargare il confronto tra di noi, aprire di più le nostre porte per coinvolgere associazioni, movimenti, studenti, intellettuali, provare a organizzare una riflessione più larga e complessiva. Noi ci impegniamo a contribuire alla costruzione di un’idea diversa di società e per farlo c’è bisogno di un’idea diversa di economia, d'industria e di lavoro.