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LyondellBasell ha annunciato l’avvio delle consultazioni sindacali per chiudere l’unità produttiva di polipropilene del sito di Brindisi entro la fine del 2026 . La multinazionale spiega la decisione con il deterioramento delle condizioni industriali e competitive dello stabilimento, aggravate da costi logistici e operativi giudicati non più sostenibili nel lungo periodo, in particolare dopo la chiusura dell'impianto di cracking da parte di Eni e Versalis.
Nella comunicazione diffusa dall’azienda si parla di una valutazione approfondita delle infrastrutture circostanti e delle difficoltà legate all’approvvigionamento delle materie prime. Un insieme di fattori che, secondo Basell, avrebbe progressivamente compromesso la competitività del sito brindisino fino a rendere inevitabile l’avvio della procedura di chiusura.
“Una notizia gravissima per lavoratori e territorio”
L’annuncio ha provocato una durissima reazione della Cgil e della Filctem Cgil. Il segretario confederale Gino Giove e il segretario generale della Filctem Marco Falcinelli definiscono la decisione “una notizia gravissima” per il territorio, per i lavoratori coinvolti e per l’intero sistema industriale nazionale.
Secondo le due organizzazioni sindacali, la chiusura dell’impianto rappresenta la prima conferma concreta delle conseguenze denunciate da oltre un anno dopo il piano di trasformazione annunciato da Eni e Versalis. Per Cgil e Filctem, infatti, la fermata del cracking di Brindisi non avrebbe colpito soltanto gli impianti direttamente interessati, ma avrebbe inevitabilmente prodotto effetti sull’intera filiera della chimica di base.
“Quello che avevamo previsto si sta verificando”, sostengono i dirigenti sindacali, secondo i quali il caso Basell dimostra come la perdita delle produzioni a monte finisca per compromettere anche gli impianti a valle che dipendono da quelle materie prime.
Lo scontro con Eni e il ministro Urso
La parte più dura del comunicato riguarda le responsabilità politiche e industriali. Cgil e Filctem ricordano che la stessa Basell collega la decisione alla cessazione della produzione di etilene e alle difficoltà di reperire materia prima sul mercato mediterraneo.
Per i sindacati si tratta delle stesse criticità illustrate durante i confronti con il Governo e con il ministro delle Imprese Adolfo Urso. Criticità che, sostengono, erano state minimizzate o escluse dalle istituzioni.
Da qui l’accusa di un fallimento della strategia sostenuta dal ministero e da Eni. Secondo Giove e Falcinelli, il caso Brindisi certifica che lo smantellamento della chimica di base produce conseguenze industriali immediate e mette a rischio la tenuta di interi comparti produttivi.
Il nodo dell’advisor e il tempo che si restringe
Nel mirino dei sindacati finisce anche la figura dell’advisor incaricato di individuare possibili investitori interessati al cracking di Brindisi. A settimane dall’annuncio della sua nomina, osservano Cgil e Filctem, non sarebbero emersi sviluppi concreti. Una situazione che alimenta il timore che il percorso avviato serva soltanto a guadagnare tempo mentre il quadro industriale continua a deteriorarsi. Per i sindacati l’annuncio di Basell dimostra che il tempo a disposizione per trovare soluzioni si sta rapidamente esaurendo.
Cgil e Filctem pongono inoltre una domanda che considerano centrale nella vicenda. Se davvero non esistono più le condizioni economiche per produrre chimica di base in Europa, perché Basell si dice disponibile a cedere lo stabilimento nel caso emergano soggetti interessati a rilevarlo?
Per le organizzazioni sindacali questa apertura lascia intendere che potrebbero esistere margini industriali ancora da esplorare. Da qui la richiesta di capire se tutte le opzioni possibili siano state realmente valutate oppure se il ridimensionamento della chimica di base italiana sia ormai considerato un percorso irreversibile.
I timori per Ferrara e per il futuro della filiera
La preoccupazione dei sindacati va oltre il caso Brindisi. Nel comunicato si richiama infatti la successione di chiusure e ridimensionamenti che negli ultimi anni ha interessato Porto Marghera, Ragusa, Priolo e ora il polo pugliese.
Secondo Cgil e Filctem la natura integrata della chimica di base rende difficile immaginare che la crisi possa fermarsi al polipropilene. Per questo i sindacati guardano con preoccupazione anche ad altri siti produttivi, a partire da Ferrara, temendo che possano essere coinvolti nelle prossime fasi del processo di ridimensionamento.
Non si tratta soltanto di singoli impianti, sostengono le organizzazioni, ma della tenuta complessiva di una filiera che rappresenta uno degli asset strategici dell’industria italiana e che alimenta numerose produzioni manifatturiere a valle.
La richiesta: tavolo urgente al Mimit
Alla luce dell’annuncio di Basell, Cgil e Filctem chiedono la convocazione immediata di un tavolo straordinario al Mimit con la partecipazione delle organizzazioni sindacali, delle Regioni interessate e delle imprese coinvolte.
Per i sindacati è necessario passare rapidamente dalle dichiarazioni alle decisioni operative per salvaguardare occupazione, impianti e capacità produttiva. In assenza di interventi concreti, concludono Giove e Falcinelli, la responsabilità politica della progressiva chiusura della chimica di base italiana ricadrà interamente sul Governo.


























