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Dei tanti episodi legati alla stagione del terrorismo ormai si sta perdendo la memoria. Il ricordo, spesso, resta circoscritto alle persone che sono state colpite negli affetti più cari, o che hanno vissuto in prima persona quei momenti drammatici. Per tanti altri, ormai, si tratta di eventi storici, che appartengono al passato. Ma ci sono altri episodi che sono rimasti scolpiti nella memoria di ogni italiano, come se fossero successi ieri. Che continuano a suscitare una fitta trama di sentimenti forti, dove la rabbia genera impegno, il dolore si fa coraggio.
Nel primo pomeriggio del 2 agosto 1980, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini si recò a Bologna, sul luogo della strage. Le cronache dell’epoca riportano il suo viso terreo, il suo sgomento di fronte ai bambini uccisi, le sue parole:
Siamo di fronte alla impresa più criminale che sia avvenuta in Italia, al più grave attentato dell'Italia repubblicana
Sul luogo della strage, gli abitanti di Bologna attivarono immediatamente una catena di solidarietà per dare soccorso e assistenza ai feriti. La città mostrò anche in questo momento drammatico una straordinaria capacità di reagire, con una profonda umanità radicata nei grandi valori civili che hanno contrassegnato la sua storia. Lo stato d’animo delle persone accorse sul posto è stato così descritto da un articolo apparso subito dopo su un mensile di politica sindacale, Lotte agrarie: “Il due agosto davanti a quei cadaveri straziati, ai corpi di bambini, di donne, di uomini e di anziani viaggiatori piagati dalle ustioni, impiastrati di polvere e sangue che cittadini volontari, vigili del fuoco, soldati e poliziotti andavano disseppellendo dalle macerie della Stazione Centrale, si leggeva in faccia alla gente anche la disperazione, la rabbia perché si pensava che sarebbe stato quasi impossibile mettere le mani sui responsabili dell’infame massacro”.
Oggi, questa disperazione ha lasciato il posto a sentimenti molto diversi. Bologna, come spiegava un poeta che ha lasciato una traccia indelebile nelle emozioni della nostra giovinezza, è una città “che sa stare in piedi, per quanto colpita”. Dopo il più grave atto di terrorismo della storia della Repubblica italiana, ha trasformato il dolore in un impegno incessante per la ricerca della verità.
A distanza di 46 anni possiamo essere sicuri, sulla base delle conclusioni raggiunte in sede giudiziaria, che questo impegno ha prevalso su tutte le attività di copertura e depistaggio compiute da soggetti appartenenti a molteplici apparati istituzionali, rispetto a un piano criminoso che si prefiggeva di uccidere indiscriminatamente innumerevoli persone, compresi i bambini, seminando terrore e sgomento in tutto il Paese.
Nella sentenza n. 14421 emessa il 15 gennaio 2025 dalla Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione, vi sono alcune parole che scolpiscono in modo indelebile il significato più autentico di tutto il lavoro sviluppato per fare piena luce su questo tragico fatto delittuoso, che ha scosso nel profondo la coscienza collettiva del nostro Paese: “La verità processuale – in rapporto alla commissione di reati di enorme gravità e che non tollerano prescrizione – è uno dei compiti essenziali di uno Stato di Diritto ed è quello che la Magistratura è tenuta ad offrire al popolo italiano, nel cui nome amministra giustizia. Come è stato evidenziato nella requisitoria del Sostituto Procuratore Generale esiste un diritto all’accertamento dei fatti – in casi di crimini di particolare gravità- che non si ricollega alle sole vittime ma che appartiene alla intera collettività”.
In questo modo, la Corte Suprema italiana ha dato un preciso riconoscimento a quel “diritto alla verità” che è stato affermato, in una serie di casi emblematici, da parte delle Nazioni Unite, della Corte europea dei diritti dell'uomo e della Corte Costituzionale, e che, rispetto alla strage di Bologna, ha trovato attuazione con l’accertamento di condotte inserite – per usare le parole della sentenza della Corte di Assise di Appello di Bologna passata in giudicato il 15 gennaio 2025 – “in quel micidiale e si spera irripetibile humus nel quale convergevano Servizi deviati, P2 e parte dell’eversione nera allo scopo (…) di destabilizzare (…) l’assetto democratico e costituzionale dello Stato Italiano”.
Per ottenere questo risultato è stato determinante il ruolo delle persone colpite negli affetti più cari, dei familiari delle vittime della strage, che con la loro richiesta di riapertura delle indagini hanno dato impulso all’intenso lavoro svolto dalla Procura generale e dai giudici di Bologna, e reso definitivo dalla Corte di Cassazione, per eliminare quelle zone d’ombra che erano rimaste anche dopo i primi processi. Il loro impegno è un grande esempio per tutta la nostra comunità nazionale, è qualcosa che fa parte della identità collettiva del nostro popolo.
Antonio Balsamo, presidente della Corte di Appello di Palermo, già sostituto Procuratore generale presso la Corte di cassazione






















