Come forma di protesta da parte di insegnanti e sindacati, a Bologna e dintorni alla riapertura delle aule centinaia di studenti degli istituti tecnici potrebbero non avere a disposizione i corrispettivi manuali, per l’esattezza i nuovi manuali voluti dal ministro Valditara, in linea con le altrettanto nuove indicazioni nazionali, già pronte per l’inizio del prossimo anno scolastico.

Per i docenti promotori dell’iniziativa deve aggiungersi anche la mancanza dei manuali stessi, non ancora aggiornati in attesa delle linee guida. Secondo altri, la non adozione potrebbe però “farsi sentire nello svolgimento della didattica”. Proviamo a chiederci se è davvero così.

Della possibilità di sostituire i vari manuali con altri tipi di strumenti didattici si discute ormai da oltre mezzo secolo, cioè da quando il metodo dell’adozione alternativa ha iniziato a diffondersi in più di un istituto basandosi proprio sulla non obbligatorietà dei libri di testo, e utilizzando materiali didattici diversi (documenti, giornali, testimonianze orali, laboratori sperimentali), insieme a immagini da proiettare su uno schermo, ben prima della Lim.

Opportunità didattiche – ribadite in questi giorni dalla Flc Cgil - attraverso l’articolo 6, comma 1, del decreto-legge 12 settembre 2013, n. 104, dove si scrive come il collegio docenti possa adottare “con formale delibera adeguatamente motivata, libri di testo o strumenti alternativi ed integrativi, in coerenza con il piano triennale dell’offerta formativa”.

Se certi metodi d’insegnamento venivano proposti già agli inizi degli anni Settanta, figuriamoci se non facciano parte della lezione in classe di ogni giorno. In alcune materie, le più chiamate in causa, quelle umanistiche, ormai se insegni solo e soltanto seguendo pedissequamente i tempi artefatti dettati da una manuale di letteratura, o di storia, peggio ancora in geografia, il professore verrà guardato, nella migliore delle ipotesi, quasi fosse un povero dinosauro appassito.

E come spesso accade, anche stavolta gli studenti avrebbero ragione. Questo non vuol dire dover inventare ogni mattina effetti speciali; per fare un esempio, nella terza media di quest’anno Gabriele D’Annunzio è stato affrontato partendo da un documentario di Aldo Cazzullo, disponibile in rete, mentre per introdurre Beppe Fenoglio abbiamo visto Una questione privata, spulciando nell’archivio della piattaforma Rai.

Il manuale è arrivato dopo, giusto per ripassare qualche data, e prima del manuale sono arrivati i libri scritti dai due autori, la lettura delle opere ad alta voce, per capire di più, e forse meglio. Se poi c’è un retroterra ideologico rispetto a determinati provvedimenti, o una corsa alla visibilità prima della scadenza del mandato, in ogni caso spiegare D’Annunzio, o parlare di Fenoglio, rimane una scelta dell’insegnante: cambiare un manuale di storia per renderlo più “occidentale”, o togliere Marx e Gramsci dai programmi delle scuole superiori (ora che i programmi quasi non esistono più), somiglia a un vacuo dispetto fuori tempo, perché non impedisce di trattare Marx e Gramsci comunque, volendo.

La differenza, ancora una volta, negli Ottanta anni della Repubblica appena compiuti, viene fatta dalla Costituzione italiana, nello specifico con il suo articolo 33. Sta a noi insegnanti, e soltanto a noi, applicarlo secondo criterio e coscienza. Ultima osservazione, quasi un post scriptum: ma chi paga, ogni anno, i manuali, vecchi e nuovi? La risposta la conosciamo bene. Ma una scuola pubblica che funzioni davvero, i manuali dovrebbe farli trovare sotto al banco, dal primo giorno di scuola. Gratuiti.