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L'intervista

La stagione dei rinnovi

Patrizia Pallara
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Impegni importanti per la categoria dei bancari e degli assicurativi, tra piattaforme da avviare e trattative da chiudere. Tenendo fermo l'ago della bussola: estendere il contratto ai lavoratori che non ce l'hanno e non sono rappresentati, intercettare e includere quanti non hanno diritti e tutele, combattere il fenomeno della desertificazione, per lo sviluppo del Paese e dei territori. Parola del segretario generale Fisac Cgil Nino Baseotto

Una moltitudine di rinnovi di contratti nazionali, a cominciare da quelli del credito cooperativo e della riscossione di recentissima firma, e di trattative da chiudere come quella per gli assicurativi, oltre all’avvio della piattaforma dei bancari, che scade il 31 dicembre. Sono gli impegni importanti che attendono nell’immediato la Fisac Cgil. “Quanto fatto fin qui è andato bene, nei rinnovi chiusi finora siamo riusciti a recuperare ritardi del passato e a conseguire avanzamenti significativi” commenta il segretario generale Nino Baseotto. “Per gli assicurativi a settembre si entrerà nel vivo: puntiamo a chiuderlo il più velocemente possibile, nel giro di due o tre mesi – aggiunge -. Poi toccherà al contratto Abi, che per numero di lavoratori interessati, 250 mila, è il più importante della categoria. E su questo giocheremo la sfida più complessa”.

Perché?
Per il contratto dei bancari puntiamo a estendere l’area di applicazione, a ricomprendere quelle parti di lavoro escluso, decine di migliaia di addetti che non sono coperti. L’ambizione è di allargare le tutele. Naturalmente questa è un’opinione personale, saranno poi la piattaforma rivendicativa unitaria e la consultazione dei lavoratori a deciderlo. 

Di che tipo di attività si tratta?
Oggi non ci sono solo le banche tradizionali, per come le abbiamo conosciute finora. C’è tutta una serie di attività parabancarie che hanno assunto una dimensione dal punto di vista numerico, di risorse e di capitali impegnati, che è pari se non superiore a quelle classiche. Penso al settore finanziario e del trading, dove lavorano migliaia di persone: vorremmo estendere a loro il contratto e ampliare con loro la nostra capacità di rappresentanza.

Stiamo parlando di aziende che operano in altri settori, ma che svolgono anche attività finanziarie?
Sì. Prendiamo Amazon per esempio. I lavoratori sono inquadrati nel settore dei trasporti, la Filt Cgil ha fatto cose incredibili e meravigliose. Ma in Amazon c’è un pezzo che fa intermediazione finanziaria e che oggi rappresenta circa il 50 per cento delle attività del gruppo. Qui non si tratta di spostare i lavoratori dall’alveo di una categoria a quello di un’altra, ma di iniziare a capire dove sono, che cosa fanno, come operano. In sostanza, dare una rappresentanza a un segmento enorme di addetti.

Poi ci sono i lavoratori che non hanno un contratto e non hanno una rappresentanza. Che cosa intende fare per loro la Fisac?
Questi lavoratori sono un pezzo della nostra sfida. Nel settore bancario esiste una sacca di atipici che non hanno tutele contrattuali e non sono rappresentati. Un mondo parallelo che va coperto e organizzato, operazione che naturalmente non può essere fatta con un solo rinnovo contrattuale. Le condizioni di queste persone, moltissime a partita Iva, possono essere più o meno precarie, ma è tutto un mondo che il sindacato deve cercare di intercettare e organizzare. Il problema da porsi non è a quale categoria appartengano, ma come la Cgil e l’insieme del sindacato possono diventare interlocutori di queste figure. 

Una partita appena chiusa riguarda la vertenza Monte dei Paschi di Siena. Siete soddisfatti?
L’accordo che abbiamo firmato è un fatto importante e positivo, una nuova pagina di questa lunga e complicata vertenza. 3.500 dipendenti in uscita entro l’anno, in base a quanto previsto dal piano industriale 2022-2026, con le migliori garanzie per il personale che volontariamente aderirà alla manovra e per chi resterà in azienda. Ancora una volta i lavoratori di Mps, insieme ai sindacati di categoria, mostrano quel senso di responsabilità e di cura per il futuro della banca che non hanno mai fatto mancare in questi anni lunghi e difficili.

Nel settore bancario è in atto da tempo un processo di riduzione del personale. Come mai la notizia non finisce sui giornali?
Il settore ha un fondo di solidarietà che in questi anni ha accompagnato all’uscita migliaia di lavoratori. Non ha mai fatto notizia perché il fondo non pesa in alcun modo sulla fiscalità generale e perché assicura uscite morbide, scivoli verso la pensione senza ricorrere alla Naspi o a fondi pubblici. Il lato positivo è che abbiamo sempre contrattato una nuova assunzione ogni due pensionamenti, cosa che ha garantito l’ingresso di giovani, nuove risorse ed energie. Naturalmente noi ci battiamo affinché sia lavoro stabile e a tempo indeterminato.

Quali sono le altre sfide che deve affrontare la categoria?
Dobbiamo affrontare il tema degli inquadramenti professionali e avere voce in capitolo sull’organizzazione del lavoro nel processo di transizione digitale che si attuerà in modo sempre più intenso. Nel comparto assicurativo è andato in smart working un numero enorme di lavoratori, a cui abbiamo garantito tutela salariale, normativa, diritti: a febbraio abbiamo sottoscritto un protocollo che sarà ricompreso nel contratto nazionale; per il rinnovo del ccnl del credito penso sia necessario puntare a ristori di carattere economico, il diritto al ticket e il diritto alla disconnessione, per dare più forza al capitolo sul lavoro agile che è già stato positivamente definito nell’attuale contratto.

Qual è lo stato di salute del settore secondo il suo punto di osservazione?
Le difficoltà sono tante. Dalle grandi trasformazioni del settore, il cosiddetto risiko bancario, cioè i processi di acquisizione, concentrazione e cessione, alle chiusure delle filiali, quel fenomeno che noi chiamiamo desertificazione. I piani industriali con scadenza tra 2024 e 2025 dei sei più grossi gruppi bancari italiani prevedono una riduzione del numero di filiali del 24-25 per cento rispetto all’attuale. Il problema sarà particolarmente sentito nel Sud, nelle zone interne e montane: sta scomparendo la presenza fisica delle banche e delle assicurazioni. Questo comporterà un impatto notevole su economia e territori.

Quali sono le conseguenze di questo fenomeno?
Dipende dalle aree: sull’appenino tosco-emiliano la chiusura delle filiali ha un effetto diverso rispetto al Mezzogiorno, che è molto più disagiato dal punto di vista economico e finanziario. Ricordiamoci che il nostro è un Paese di piccole e piccolissime imprese, disseminate in 8 mila comuni, dove la banda larga è un miraggio per gran parte del territorio e che non spicca per diffusione della cultura digitale. L’anziano a cui viene chiuso anche lo sportello bancomat che cosa deve fare? Prendere la macchina per trovare qualcuno con cui parlare? L’algoritmo e la digitalizzazione non danno risposte utili a una parte importante dei clienti. C’è un tema da porre al sistema bancario, che deve essere sostenuto anche dal decisore politico: la banca non può essere solo banca commerciale, deve tornare anche a dare importanza alle attività tradizionali.

In che modo?
Dobbiamo immaginare di realizzare presidi di servizi multifinanziari, attraverso la contrattazione sociale territoriale. Penso a un sistema dove una consulenza adeguata sul fronte assicurativo e bancario sia diffusa sul territorio, vicina a cittadini e imprese. Questo riguarda lo sviluppo del nostro Paese e dei territori. Il 70-80 per cento delle risorse del Pnrr dovranno essere gestite dalle amministrazioni locali: come faranno se per decine di chilometri non c’è un presidio bancario? Senza contare che l’allarme lanciato da più parti, e cioè che quei fondi attireranno la criminalità organizzata se non ci sono servizi finanziari efficienti e diffusi sul territorio, è più che fondato.