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Verso l'8 marzo

Covid e il prezzo (alto) pagato dalle donne

Esmeralda RIzzi
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I dati dell'Inail certificano come le lavoratrici sono state più contagiate rispetto agli uomini. Soprattutto coloro che sono impegnate nei settori maggiormente esposti: dalla cura al commercio

In occasione dell’8 marzo, l’Inail pubblica un Dossier Donne che raccoglie una serie di statistiche interessanti per capire meglio come le donne vivono il lavoro e individuare – se ve ne fosse la volontà – correttivi. Su tutti, nell’edizione 2022, spicca il dato dei contagi da Covid 19 in ambiente di lavoro. Sette denunce su dieci riguardano lavoratrici e non perché il virus sia misogino o particolarmente aggressivo per l’organismo femminile ma perché durante l’emergenza le tante donne che sono rimaste al lavoro erano impegnate nei settori maggiormente esposti: quelli della cura, dell’assistenza, del pulimento, le professioni sanitarie, il commercio e la produzione alimentare.

Settori a bassissimo valore aggiunto, basse retribuzioni ma alta precarietà. Elemento su cui vale la pena fermarsi e riflettere perché quei settori sono quelli che hanno mandato avanti il Paese nell’emergenza, quelli senza i quali non si sarebbe potuto fare, senza i quali non si potrebbe fare, eppure legati a professioni a scarsissimo riconoscimento sociale. Non vi sembra che qualcosa stoni? Ancora una volta, quindi, i dati dicono che le donne hanno pagato al Covid il prezzo più alto in termini di lavoro, perché lo hanno preso molto più degli uomini, perché se in smart working hanno dovuto occuparsi dei figli, e perché impegnate nei settori a maggiore esposizione al contagio.

Una significativa diminuzione per entrambi i sessi si è invece registrata nel caso degli infortuni in itinere durante il periodo dell’emergenza per ragioni piuttosto intuitive. Ma proprio sul “rischio strada”, Inail ricorda che solitamente il dato più alto riguarda le donne e ne spiega il perché. “La strada - scrive Inail nel Dossier - causa in proporzione più infortuni tra le donne maggiormente impegnate nella conciliazione casa-lavoro che può avere ripercussioni sulla frequenza degli spostamenti e sui tempi di recupero della stanchezza, in presenza poi, per alcune professionalità, di turni lavorativi anche notturni”. La cosiddetta conciliazione, quel correre tutto femminile da un capo all’altro della città per far combaciare tutto, lavoro, figli, casa, parenti poco o affatto autosufficienti, non è indolore, ha un costo, alto in termini di salute fisica e psichica. Costo che non ha alcun riconoscimento, o quasi.

Infine un’ultima serie di dati che confermano il trend del mondo del lavoro: quelli sugli infortuni per classi di età, il 65% dei quali avviene nella fascia 45-54 anni. Un vero e proprio crollo si registra invece nella classe under 25 che nel 2020 tocca un -55,8%. Per chi si diletta con le statistiche sul lavoro, niente di nuovo. Solo la conferma di un mondo del lavoro che emargina sempre di più i giovani soprattutto se donne. Nel Dossier Inail i dati per capire le criticità del lavoro femminile che c’è o che manca ci sono. Servirebbero politiche adeguate per correggerle e per sanare almeno in parte lo storico gap uomo/donna sul lavoro.