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L'elezione

Bruno Trentin e l'idea di un sindacato che sapesse cogliere ogni nuova sfida

Bruno Trentin
Foto: Archivio storico Cgil nazionale
Ilaria Romeo
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Il 29 novembre del 1988 Trentin diventa segretario generale della Cgil. Lavora per farne un'organizzazione nuova: il sindacato dei diritti e della solidarietà

 Il 29 novembre del 1988 Bruno Trentin viene eletto segretario generale della Cgil.

“Un caldo abbraccio con Antonio Pizzinato - scriverà l’Unità - ha sigillato l’elezione di Bruno Trentin - l’uomo dei consigli di fabbrica, dell’autunno caldo, ma anche l’uomo del 'piano di impresa' -  a segretario generale della Cgil”. “Il gelido, l’aristocratico, il raffinato intellettuale chiuso nella sua torre d’avorio. Lo hanno spesso descritto così, in questi giorni, su riviste e quotidiani” scriveva Bruno Ugolini, che lo conosceva bene e che invece lo ricorda in mille assemblee operaie, intento, magari, a rischiare di buscare i bulloni in testa, come quella volta a Mirafiori, tanti anni fa.

“C’è in quell’episodio - scrive il giornalista - la sua concezione, non certo elitaria, del sindacato, della politica. Il gusto dei confronto, anche duro, con i lavoratori, con i protagonisti, con quelli che un giorno, in un libro, ha chiamato i produttori”. “Gelido? - prosegue Ugolini - Una non più giovane compagna di quegli antichi apparati che resistono a tutti gli eventi ammette che forse può sembrare così. Lo racconta come uno che si trattiene, con una grande capacità di autocontrollo, quasi timido. Ma che quando occorre sa mettere in campo tutte le sue energie”.

Bruno Libero Vittorio Trentin nasce il 9 dicembre 1926 a Pavie, in Francia, avendo suo padre Silvio, docente di Diritto pubblico e amministrativo all’Università di Venezia e seguace di Giovanni Amendola, deciso di andare in esilio in Francia insieme alla famiglia per non sottostare alle imposizioni fasciste che punivano la libertà di insegnamento e di opinione. La famiglia, composta oltre che da Silvio dalla moglie Beppa Nardari e dai figli Giorgio e Franca, che hanno 8 e 7 anni più di Bruno, rientra in Italia dopo la caduta di Mussolini pochi giorni prima dell’8 settembre.

Bruno dapprima col papà poi solo, dopo la sua morte, partecipa attivamente alla Resistenza e dopo la Liberazione si iscrive al Partito d’Azione. Vive in questo periodo tra Milano, Padova, dove si iscrive all’Università nella Facoltà di Giurisprudenza, e Treviso, dove risiede la famiglia. Dopo la laurea, alla fine del 1949, viene chiamato da Vittorio Foa a far parte come ricercatore dell’Ufficio studi della Cgil. Si trasferisce così a Roma divenendo uno dei più stretti collaboratori di Giuseppe Di Vittorio. Rimane all’Ufficio studi anche dopo sua la morte, diventando nel 1960 vicesegretario nazionale della Confederazione.

Nel 1962 sostituisce Luciano Lama alla guida della Fiom. Bruno vive una stagione unica e irripetibile, quella della Flm e del sindacato dei consigli, la cui forza impone al padronato un modo di lavorare più umano e dignitoso, un allargamento degli spazi di libertà in fabbrica, un riconoscimento senza precedenti di diritti per i lavoratori. Nel 1977 approda nuovamente alla Segreteria Cgil, divenendone Segretario generale poco più di dieci anni dopo.

“Ama scalare, d’estate, le montagne - dirà ancora di lui in occasione della nomina a segretario Bruno Ugolini - Ha 'aperto', come si dice nel gergo montanaro, 'una via' sulle Dolomiti e l’ha battezzata Fiom. Lo scorso anno ha fatto una via 'di sesto grado', un’impresa non dappoco. Ha una moglie francese, anzi corsa, giornalista. È un divoratore di libri, saggi, ma soprattutto romanzi. Ama il cinema americano, odia Godard, parla il francese e l’inglese, senza incertezze”.

“Domani, a quanto pare, la consultazione del C.D. mi designerà come nuovo segretario generale - scriveva Trentin il 27 novembre sul suo diario - Non so provare forti emozioni. Da un lato certo, la sensazione fredda di un atto di giustizia rispetto alle basse manovre di Lama e compagni prima dell’ultimo Congresso. Ma dall’altro lato molte incertezze sulle possibilità di contribuire in modo efficace e curare il malato, tenuto conto delle complicazioni secondarie intervenute che appaiono oggi più gravi del male originario. E poi, il dolore, il rammarico, il senso di fallimento personale che provo per lo scacco di Antonio nella piena coscienza delle responsabilità che io ho avuto nello spingerlo in questa prova, dal momento in cui mi sono convinto che quella burocrazia sindacale e partitica allora dominante escludeva un’avventura come la scelta della mia persona. Temo anche per la mia attitudine a sapermi 'fermare, leggere e riflettere' nel corso degli impegni che mi attendono e di sapere, quindi, sceverare le cose che contano, alle quali assicurare un futuro e gli 'accessori', i dati contingenti, in ordine ai quali anche le mediazioni più spregiudicate sono possibili. Vedremo”.