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Lavoro

Smart working, il futuro è nella contrattazione collettiva

Ragazza al computer
Foto: Dario Fusaro, Sintesi
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Scacchetti (Cgil): tutele e diritti siano definiti negli accordi di primo e secondo livello

Lo sviluppo e l'applicazione dello smart working dipenderanno dalla contrattazione di primo e secondo livello, che "dovrà necessariamente definire ambiti e modalità di implementazione del lavoro agile, regolandone tutele, limiti e diritti fondamentali”. Lo ha affermato la segretaria confederale della Cgil, Tania Scacchetti, in audizione presso la XI commissione Lavoro pubblico e privato della Camera dei deputati (qui il testo integrale dell'audizione).

Per la dirigente sindacale, rispetto alla legge 81/2017, che disciplina appunto lo smart working, occorre “capire se la normativa può dare impulso alla contrattazione collettiva”. “Crediamo che la legge non debba occuparsi di aspetti legati all'organizzazione del lavoro, ma limitarsi a disciplinare materie più generali: diritto alla privacy, sicurezza dei dati aziendali, disconnessione. Dovrà essere poi la contrattazione collettiva a definire diritti e tutele”, sottolinea Scacchetti

Inoltre, la dirigente Cgil sottolinea come nella fase d’emergenza da Covid (marzo 2020 - maggio 2021) siano stati sottoscritti oltre 200 accordi specifici sullo smart working, cifra che equivale al 29% degli accordi di secondo livello siglati. Mentre prima della pandemia (fino a marzo 2020) erano poco più del 6%. “Ora - afferma la segretaria confederale - occorre spostare il terreno dalla sperimentalità, che ha caratterizzato l’introduzione della norma, e dall’emergenza, che si è resa necessaria per affrontare la pandemia, a un percorso di pieno riconoscimento in termini di organizzazione del lavoro, terreno proprio della contrattazione”.