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Mobilitazione nazionale

Ilva in attivo, lavoratori in cassa: è sciopero

Foto: Riccardo Squillantini/Sintesi
Marco Togna
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Stop di 24 ore in tutti gli stabilimenti del gruppo (ora Acciaierie d'Italia). La multinazionale torna a macinare utili, ma nulla concede ai dipendenti. Venturi, Fiom Cgil: “Investimenti azzerati e massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali, l'azienda è sorda alle nostre richieste”

Il tempo è scaduto. Per il management, che si vanta sulla stampa nazionale di essere tornato a produrre utili ma è del tutto sordo alle richieste dei lavoratori. E per il governo, che tarda a completare l’ingresso della compagine pubblica nei vertici societari e rimanda sine die l’annunciato “piano nazionale per la siderurgia”. Una situazione insostenibile per Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm Uil, che hanno proclamato per oggi (martedì 20 luglio) lo sciopero generale dei lavoratori delle Acciaierie d’Italia (ex Ilva), con 24 ore di stop in tutti gli stabilimenti del gruppo. A Taranto lo sciopero coinvolge anche i lavoratori delle aziende dell'indotto (appalti e multiservizi), previsto un presidio sotto la Prefettura e un incontro col prefetto Demetrio Martino. 

“L’unica certezza è la cassa integrazione, che di sicuro non consente di diradare le nebbie che avvolgono le prospettive future del gruppo”, spiega il segretario nazionale della Fiom Cgil Gianni Venturi. Nel Consiglio dei ministri di giovedì 15 luglio, infatti, il governo ha approvato una norma che prevede in via eccezionale, per le imprese con un numero di dipendenti non inferiori a mille e che gestiscono almeno uno stabilimento industriale di interesse strategico nazionale, la concessione di 13 settimane supplementari di cassa integrazione Covid, fruibili fino al 31 dicembre prossimo.

Eppure, il contesto di Acciaierie d’Italia sarebbe ben diverso. “C’è una crescita impetuosa – riprende Venturi – della domanda di acciaio, e nel primo semestre di quest’anno il gruppo è tornato a fare utili netti e ad azzerare i debiti finanziari”, come anche annunciato dall’amministratore delegato Lucia Morselli in una recente intervista al Sole 24 Ore. Ma come si è arrivati a questo risultato? “Sacrificando all’obiettivo della stabilizzazione del costo di produzione per tonnellata tutte le altre variabili”, spiega il segretario nazionale Fiom.

In particolare, illustra l’esponente sindacale, si sono “sostanzialmente azzerati gli investimenti sia per la manutenzione ordinaria e straordinaria degli impianti, peraltro mettendo a rischio la sicurezza dei lavoratori, sia per il risanamento e la sostenibilità ambientale delle produzioni. Inoltre, si è ricorso in modo massiccio alla cassa integrazione, che per quanto riguarda in particolare i lavoratori degli impianti di produzione a ciclo continuo significa tagli pesantissimi al salario, visto che passano anche da 1.600-1.800 euro al mese ad appena 800”.

Una situazione di forte ripresa della siderurgia, sostenuta da una fase di mercato molto favorevole (basti pensare che il prezzo dell’acciaio è passato dai 450 euro a tonnellata del settembre 2020, ai 1.200 euro di oggi), che ha quindi aumentato i margini di guadagno dell’ex Ilva. “Malgrado questa condizione, da parte dell’amministratore delegato non è venuta alcuna disponibilità a ragionare sulla possibile integrazione del trattamento di cassa integrazione con risorse proprie”, illustra Venturi. E c’è di più: nell’ultimo incontro dell’8 luglio scorso, Lucia Morselli ha dichiarato “di considerare scaduto l’accordo del 6 settembre 2018 per le parti che si riferiscono al trattamento economico, in particolare per quel che riguarda la corresponsione dell’una tantum del 3% della retribuzione annua lorda in luogo del premio di risultato”.

Da qui la decisione dello sciopero. Uno stop che intende richiamare l’azienda alle proprie responsabilità, ma che non risparmia certo il governo. “L’esecutivo deve completare gli assetti societari con l’ingresso formale della compagine pubblica – dice Venturi – e le 13 settimane di cassa Covid devono essere utilizzate per aprire un confronto sul piano industriale e sulle scelte strategiche occupazionali e ambientali del gruppo”. Bisogna uscire, dunque, da una condizione “in cui continuano nell’informalità a presentarsi piani industriali, progetti di trasformazione e di riconfigurazione degli impianti e delle produzioni, senza che ci sia una sede di verifica e confronto”.

L’ultima questione è il “piano nazionale per l’acciaio”, promesso dal Governo Conte negli Stati generali del giugno 2020, ma che finora è rimasto lettera morta. “È indispensabile – conclude il segretario nazionale della Fiom Cgil Gianni Venturi – che il ventilato piano nazionale della siderurgia esca dall’incertezza in cui è avvolto e diventi lo strumento attraverso cui orientare le scelte e definire gli equilibri per l’insieme della siderurgia italiana, in un indispensabile rapporto con le politiche industriali di sostegno alla transizione energetica ed ecologica”.