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Ragusa

Vittoria madre

Foto: Trestletech / Pixabay
Peppe Scifo
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Un'operatrice socio-sanitaria vince il suo ricorso contro la Asp. Aveva diritto a essere stabilizzata ma l'azienda si rifiutava di riconoscerle i periodi di maternità. A restituirle il diritto negato il tribunale grazie all'intervento della Cgil

Questa poteva essere l’ennesima storia precaria di una lavoratrice donna che non veniva assunta nonostante ne avesse pieno diritto. Invece è la storia di una vittoria di una lavoratrice precaria che non si è arresa e che, grazie al sindacato, ha trovato le risposte che cercava.

Lo scorso mese di luglio la Camera del lavoro di Ragusa, attraverso il proprio Ufficio Vertenze Legali, ha assistito un’operatrice sanitaria che aveva partecipato alla procedura di stabilizzazione del personale, indetta dall’Asp per la copertura di 51 posti. La donna era stata esclusa perché ritenuta in difetto del requisito del bando, cioè, aver maturato negli ultimi otto anni almeno tre anni di servizio anche non continuativo.

Dopo aver chiesto all’azienda una correzione dell’esito della graduatoria, la Cgil ha presentato ricorso davanti al giudice del lavoro che l’ha accolto nonostante la contestazione aziendale. Ma perché i conti non tornavano? Semplicemente perché l’Asp di Ragusa escludeva i periodi di congedo per maternità, perché successivi alla cessazione del rapporto di lavoro a tempo determinato. Un errore sottolineato dal tribunale che, alla fine, ha accolto il ricorso e riconosciuto il diritto della donna.

L’ordinanza richiama una circolare del ministero del Lavoro, sulla scorta di un parere espresso dal consiglio di Stato, nella quale si stabilisce che, nei casi di gravidanza a rischio, il prolungamento dell’interdizione anticipata può essere concesso anche in carenza di un sottostante rapporto di lavoro, in quanto, la tutela della maternità non può venir meno per effetto della risoluzione del rapporto di lavoro a tempo determinato.

Cgil, Fp Cgil Sanità e l’Ufficio Vertenze Legali della Camera del lavoro di Ragusa sono soddisfatti per la vittoria ottenuta eppure delusi del fatto che ancora una volta un diritto debba essere riaffermato da un tribunale, tanto più che si tratta di diritti fondamentali che hanno a che fare con la vita e il lavoro delle donne.

Siamo un Paese dove purtroppo le disparità di genere presentano dati allarmanti, specie al Sud. Ormai da anni insistono nel nostro ordinamento norme a tutela della maternità anche in funzione del recepimento di direttive comunitarie. Lo scorso anno i dati dell’Eurostat indicavano la Sicilia come l’ultima regione europea per i tassi di occupazione femminile. Appena il 29% della popolazione femminile siciliana tra i 15 e i 64 anni ha un lavoro. Ci sono elementi di strutturalità che incidono a livello generale sulla condizione dell’occupazione, dovuti principalmente a fattori come la debolezza del sistema produttivo. Ma il dato della disparità di genere rappresenta un ulteriore elemento di gravità.

L’orientamento seguito dall’Asp di Ragusa in relazione alla stabilizzazione degli operatori socio-sanitari fotografa un grande limite d’impostazione culturale, oltre a dimostrare la mancata conoscenza delle norme e la poca sensibilità rispetto a tematiche come la tutela della maternità.

Con questa vittoria la Cgil ha raggiunto un traguardo, ma resta ancora tanta strada per capovolgere l’attuale situazione che vede le donne soccombere nel lavoro: mancano servizi, tutele effettive e soprattutto perché vige ancora una mentalità che ha come riferimento il patriarcato. Pensare che la cura sia esclusivo appannaggio delle donne vuol dire continuare a mantenere le disparità di genere nel lavoro, sia rispetto ai livelli occupazionali che riguardo alla possibilità di condurre percorsi di carriera dai quali si determinano i principali fattori di disparità salariale.

Anche i dati sull’occupazione in relazione alla crisi epidemiologica in corso testimoniano una sofferenza dell’occupazione femminile sempre più accentuata rispetto agli uomini. Per questo motivo la sentenza nella quale si afferma il diritto alla stabilizzazione della lavoratrice rappresenta una vittoria di carattere collettivo, in quanto si affermano in maniera inequivocabile i diritti di tutela della maternità le cui ricadute, in termini generali, contribuiscono a innalzare il benessere della società nel suo complesso.

Le norme a tutela della maternità servono per l'emancipazione dal ricatto che costringe molte donne a dover scegliere tra il lavoro e il diritto a essere madri. L’auspicio è che i diritti sanciti per legge siano riconosciuti finalmente senza la necessità che sia un tribunale a riaffermarli.

Da anni il sindacato combatte in prima linea la battaglia contro le disparità di genere nella consapevolezza che occorre tenere alta la guardia soprattutto su questioni nelle quali ricadono elementi di arretratezza culturale, radicati da secoli, difficili da sconfiggere senza che ci sia un coinvolgimento a tutti i livelli della società. Noi non ci arrendiamo.

* Peppe Scifo è il segretario generale della Camera del lavoro di Ragusa